domenica 23 luglio 2017

CIAO, CHESTER.




Giovedì 20 luglio era il ventinovesimo compleanno del mio migliore amico. Avevo appuntamento alle 20:30 con lui e un’altra decina di persone in un locale in Corso Sempione, per un aperitivo. Mi sono preparata, mi sono vestita, mi sono truccata, e come al solito mi sono resa conto di essere fuori luogo: mi ero agghindata come se stessi partecipando a un episodio della serie TV “Il mio grosso matrimonio Gipsy”. Dovevo correggere il tiro: per un banalissimo aperitivo un body svolazzante verde brillantinato era forse un tantino eccessivo. Ho pensato allora di non mettermi le lenti a contatto ma uscire con i miei fondi di bottiglia con la montatura tonda e di smorzare l’audacia dell’outfit con un berretto: un berretto rosso mattone, un berretto dei Linkin Park, con la visiera rigida portata rigorosamente dietro. Da “Il mio grosso matrimonio Gipsy” ero pronta per sbarcare su “Ma come ti vesti?”. Ma io mi sentivo estremamente figa: avevo su un’accozzaglia di accessori a caso che mi rendevano unica – ecco la verità. Così alle 20:12 sono uscita di casa, pronta a raggiungere l’Arco della Pace sfrecciando sul mio motorino.

Credo fossero le 21 quando un “Nooo!” è esploso al mio tavolo. Alzo gli occhi per guardare l’amico che fissava con gli occhi sgranati l’iPhone che stringeva fra le mani.

Mi guarda.

“Bea, mi sa che abbiamo visto l’ultimo concerto dei Linkin Park. Chester Bennington si è suicidato.”


Un mese e tre giorni prima io e lui eravamo andati insieme a Monza, all’ultimo concerto in Italia dei Linkin Park, eravamo fra gli ottantamila che, completamente disidratati, urlavano che in the end, it doesn’t even matter. Non sapevamo che quella end era più vicina del previsto e che un po’, in fondo, it does matter.

“Si è impiccato. Aveva sei figli.” Aggiunge.

Mi faccio passare la mia borsa che avevo stipato in un angolo: ne parlavano tutti, il Corriere, la BBC, avevano già aggiornato pure Wikipedia. Mi scrive un altro mio amico, io ne contatto altri tre. Mio fratello piccolo, il fan numero uno dei Linkin Park, è incredulo:

“Chiunque può modificare le voci su Wikipedia”, abbozza. “Io piango”.

Poco dopo, però, è arrivata la conferma di Mike Shinoda: “Shocked and heartbroken, but it's true.  An official statement will come out as soon as we have one.”

It’s true – è vero.

Ci sono rimasta male.

Il 17 giugno sono partita alle 12:45 da casa: alle 21 all’Autodromo di Monza i Linkin Park sarebbero saliti sul palco. Eravamo in quattro in una Panda color cappuccino: io, mio fratello piccolo e due dei miei più cari amici. Eravamo carichi, non vedevamo l’ora di assistere ai live dei Sum 41 e dei Blink-182 e sì, poi ci saremmo goduti anche i Linkin Park. Ma l’eccitazione, forse, era più per le prime due band – lo ammetto.

“Quanto sarà fatto Deryck Whibley?” Provavamo a scommettere mentre cuocevamo sotto il sole bollente di metà giugno.

“Ma All The Small Things sarà la stessa cosa senza Tom DeLonge?” Ci chiedevamo nemmeno troppo ironicamente.

“Tu quante canzoni dei Sum conosci? Secondo me suonano la loro famosissima hit We Will Rock You!” Scherzavamo quando ormai gli oltre 35 gradi di quel giorno ci avevamo bruciato anche gli ultimi neuroni.

Volete sapere una cosa? Innanzitutto, i Sum We Will Rock You l’hanno fatta davvero e noi quattro l’abbiamo intonata con la stessa dedizione con cui le vecchiette in chiesa la domenica cantano l’Osanna. Ma, soprattutto, sì: i Sum 41 hanno spaccato, il cantante non era fatto come una scimmia come ci aspettavamo (o forse speravamo), era dimagrito, era fighissimo e continuava a gridarci che eravamo dei motherfuckers – figli di puttana; i Blink-182 invece non hanno entusiasmato nessuno, non ci hanno fatto pensare che volessimo che quelle due ore durassero forever, forever and ever; i Linkin Park hanno lasciato tutti muti.

Non avevamo parole. Non sapevamo ancora che avevamo appena assistito al loro ultimo concerto in Italia, quello che sapevamo, però, era che eravamo stati gli spettatori estasiati di un live strepitoso. Io per prima, lo ammetto, non me lo aspettavo. Non so perché: forse pensavo che dal vivo la voce di Chester non reggesse come quando l’ascolto su YouTube (e invece era semplicemente incredibile, forse ancora meglio live), forse pensavo che si sarebbero concentrati soprattutto sull’ultimo album “One More Light” e avrebbero lasciato noi amanti dei Linkin Park di ormai quindici anni fa a bocca asciutta.

Mi sbagliavo. E devo imparare a smetterla di pensare.

Potrei trascrivervi la scaletta del concerto, potrei dirvi che tutta Monza saltava impazzita, che le mani di ottantamila persone sono state per due ore e mezza alzate in aria: quando Mike gridava di tirare su un pugno, non c’era una singola persona che non stesse prendendo a cazzotti il cielo. Perché l’urlo “I’ve become so numb” è stato il motto, quasi la preghiera di un’intera generazione. Quella è stata la canzone preferita di chiunque a un certo punto nella vita – e non osate dire il contrario.

Quello che vorrei descrivervi (ma è impossibile), invece, è lo sguardo che ci siamo scambiati io, mio fratello piccolo e il mio amico Bob quando le luci si sono spente e sull’Autodromo è calato il silenzio. Di voce non ne avevamo più, ce n’era rimasta solo una punta, con cui ci siamo sussurrati: “Wow”, con gli occhi che brillavano, con gli occhi felici.

Leggendo le mie righe potrebbe sembrare che io sia da vent’anni una fan sfegatata dei Linkin Park. No. Il mio gruppo preferito è un altro, ma i Linkin Park li ho sempre ascoltati, non ho mai mandato avanti una loro canzone nella riproduzione casuale dell’iPod, ma non avrei mai fatto come mio fratello piccolo che due anni fa è andato fino a Roma per sentirli dal vivo. Ho sempre pensato che i Linkin Park spaccassero di brutto, ecco, ma non erano nella mia Top 3 musicale. Nella Top 5 sì, probabilmente. Scoprire che Chester Bennington s’era impiccato, però, m’ha lasciato di stucco, lo ammetto: perché, tutto sommato, come ho appena detto, spaccava di brutto e non posso negare che In The End sia una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi (scontata? Che ci volete fare).

Ascoltavo i Linkin Park quando ero alle medie e studiavo francese, quando, insomma, l’inglese manco lo capivo. Ma quel mix di rock, hip-hop, elettronica e pop che si trovava solo in “Hybrid Theory” aveva qualcosa di magnetico anche per una ignorante di musica come me, che nemmeno poteva capire i testi. Ed erano tantissimi quelli come me che, pur senza chissà che orecchio, amavano i Linkin Park: a scuola, siamo onesti, piacevano a tutti. Poi, nel 2004, è arrivata la collaborazione con Jay-Z – e non poteva che funzionare. I Linkin Park sono diventati un gruppo per cui i giovani non avrebbero pensato due volte a spendere centinaia di euro e mettersi in viaggio verso altre città: l’energia di Chester sul palco, l’empatia del pubblico in piedi sono cose che io avrei scoperto solo tanti anni dopo, ma in fondo mi basta poter dire che, almeno una volta, io c’ero.

Nelle canzoni dei Linkin Park c’è tormento: sono la colonna sonora della frustrazione, dell’incazzatura e, inevitabilmente, della depressione. Quella depressione che ha portato il caro Chester a sedersi, guardare una corda e pensare di farne un cappio. Qual era la differenza fra il grido di rabbia dei Linkin Park con quello di altre band che ascolto? In realtà, ve l’ho già detto: quello dei Linkin Park è un grido, non un pianto. Chester Bennington non si lamentava, Chester Bennington ruggiva. Sul palco non era aggressivo né minaccioso, era semplicemente (e quindi più fantasticamente) incazzato nero. Era piccolo, magrolino, fragile, non aveva i capelli lunghi come la maggior parte dei colleghi e si mostrava spesso con gli occhiali: Chester Bennington non era la classica figura del frontman rock che odiava il mondo, era angosciato, deluso e solo in modo (purtroppo) sincero e genuino – e ne ha sempre parlato apertamente. E i suoi testi, quindi, erano perfetti per noi adolescenti musoni.

Io avevo solo dieci anni quando Chester Bennington dichiarò ai giornalisti del Rolling Stone che lui per primo non si sopporta quando si piange addosso e scrive canzoni come Crawling: è una trappola, è la trappola del povero me. Ma c’è qualcosa che Crawling ci ha insegnato: spesso la colpa è nostra. Ci avete mai fatto caso? Non dice mai you – tu, in quella canzone. E' tutto un I – io. 

E poi Chester platino era Chester platino (con tanto di piercing al labbro inferiore).

Ciao Chester, noi continueremo a essere incazzati, e non dimenticheremo mai che “sometimes goodbye’s the only way”.

PS: Grazie Chester per avermi fatto capire che si può essere fighi anche con gli occhiali da vista.


B.

domenica 2 luglio 2017

VIAGGIO DA SOLA MA NON SONO ASOCIALE

Ma possibile che tu non abbia nemmeno un amico con cui andare?” Commenta sempre mia madre quando le dico che ho prenotato l’ennesimo viaggio da sola.



No, non ce l’ho un amico con cui andare, o meglio: non ce l’ho un amico che io voglia portare con me. Di amici ne ho: tanti o pochi che siano, di più o meno lunga data, speciali o di facciata. E non dovete leggere queste mie parole come una dichiarazione di snobismo. Mi dispiacerebbe.
Siamo sinceri: quanti viaggi avete fatto con gli amici e quante volte avete pensato “Ma che due coglioni ‘sto qui al mattino sta al cesso mezz’ora e alla sera dopo cena è sempre stanco, mentre io anche dopo aver camminato 20 km ho voglia di andare a bermi una pinta”? Io tante, troppe. Ho amiche con cui mi diverto, con cui esco, rido e trallallero trallallà ma mannaggia a voi se mi obbligate a prendere un altro aereo con loro! Non prenderei manco la metro per Rho Fiera, sono troppe fermate.
Mi piace trovare compagni di viaggio con cui mi trovo bene al 101%, mi piace viaggiare, mi piace tanto viaggiare e non ho intenzione di rovinare un momento di genuina gioia a causa della sbagliata compagnia. Do una possibilità a tutti: se mi chiedete di prendere un treno domani mattina alle 6 con voi, alle 5:50 sarò in stazione Centrale. Ma se non dovessi trovarmi bene, perché riprovare?
“E quindi in 24 anni non hai trovato nessuno con cui ti piace viaggiare?” Ribatte mia madre.
Eccome se l’ho trovato. Una vive a Londra, una vive a Modena, uno vive a Stoke. Con l’ultimo non mi pare il caso di riprovare a organizzare, con le altre due non è semplice. Ma mamma, non ti preoccupare, ad agosto do un’occasione a qualcun altro.
Ma il problema non è solamente avere piacere a viaggiare con qualcuno: io da quasi un anno ormai apro l’app Kayak, scopro quale destinazione costa di meno e prenoto, fregandomene di tutto. Voglio dire, mamma, sai che sguardi ho ricevuto dalle mie amiche quando ho detto che avevo prenotato un volo per la Bulgaria? E, o mio dio, che non avrei dormito in un hotel?
“Ah, wow, che coraggio. Ti stimo, Bea. Io non lo farei mai.”
Come sarei riuscita a trascinarle con me a Sofia e a fare trekking sui Balcani? Dicendo che la sera si usciva con i ragazzi conosciuti a colazione in ostello e il mattino dopo ci si svegliava alle 6 per farsi tre ore di bus?!





Non sono uno spirito libero, non sono una nomade col fuoco negli occhi, non vivo la vita alla spera in Dio, non vivo alla giornata né sono una guerriera indomabile. Mi piacerebbe avere anche solo una di queste sfumature caratteriali, ma invece sono solo una gran rompicoglioni: e se con te non mi va di viaggiare, io manco ti invito. Io viaggio da sola.
Metto nello zaino una borraccia piena d’acqua del rubinetto e cammino, cammino, cammino fino a quel parco da cui mi hanno detto si vede un tramonto mozzafiato. Mi siedo su una panchina, mi guardo intorno e non ho un fidanzato accanto a me, non ho un amico, eppure cazzo, che figata.



Che poi, pensate che sia mai stata davvero sempre sola durante i miei viaggi? Sono salita per la prima volta da sola su un aereo quando avevo 16 anni, non parlavo mezza parola di inglese e sono tornata a casa con una marea di amici. Sono salita l’ultima volta da sola su un aereo quando di anni ne avevo 24 e sono tornata a casa sapendo quanto guadagna uno specializzando in un ospedale rumeno – così, a caso. Incontrare persone nuove voglio che sia per me qualcosa di quotidiano: do il benvenuto a tutti, ai tipi strani, ai tipi meravigliosi e ai tipi cagacazzo. Poi do il giusto peso a chi voglio che resti.
Sapete qual è la cosa più bella del viaggiare da soli? Arrivare in una città nuova e iniziare a camminare, mettendo a tacere i pensieri e lasciandosi guidare dall’unico desiderio di metterci il più lungo tempo possibile per arrivare a destinazione. I volti della gente per le strade sono tutti così diversi, e gridano in silenzio una dose infinita di storie differenti. Riesci ad ascoltarle solamente se passeggi da solo.
Su quanti Paesi abbiamo dei pregiudizi?
Appena sono scesa dal bus che dall’aeroporto di Sofia mi ha portata al centro città, mi sono persa. Ho sbagliato strada al primo incrocio. E ho scoperto che tutto quello che avevo letto sui bulgari su internet la sera prima di partire era una cretinata atomica. Però provate a chiudere gli occhi e immaginate un volto bulgaro: come lo state dipingendo? Imbronciato e cattivo, vero? Lo so. I voli per Sofia costano 19 euro, lo sapete?
Viaggiare da sola, però, mi ha rovinata: se mi dite che a voi ad agosto piace andare sempre nello stesso posto, a me prima crescono, e poi cadono i coglioni. Non dico che dobbiate scalare il K2, andare sempre in giro con una Reflex e fare yoga ogni mattino alle 5, ma amici: quanti anni abbiamo? Abbiamo pochi soldi, lo so anche io (ho usato 14 calcolatrici prima di prenotare i voli per l’estate), ma perché spendere 8,50 euro per andare al cinema a Milano e non 10 per una notte in ostello a Bucharest? Sì: alcuni ostelli costano davvero così poco (e i cinema davvero così tanto).
Viaggiare da sola mi ha insegnato ad amare il silenzio. Anzi, ho esagerato. Non direi che lo amo, ma lo apprezzo tantissimo. Lo preferisco a tantissime conversazioni che ho ogni settimana con persone che conosco. Possiamo stare seduti davanti a una birra senza dirci niente: un argomento interessante verrà in mente prima o poi a uno dei due, ma ti prego: non venirmi a raccontare di quanto sudi a luglio perché anche se non ho un termometro nel culo, anche io mi accorgo delle alte temperature.
Viaggiando da sola ho aperto il mio cuore a completi sconosciuti: ho raccontato i miei sogni e fatto luce sulle mie aspirazioni, non ho celato le mie paure e ho lasciato che i miei occhi brillassero da soli quando parlo delle mie passioni. Il più delle volte, quando viaggio da sola e conosco qualcuno di nuovo, parlo con me stessa più che con lui. Sapete quante cose ho scoperto su di me in 14 ore di bus notturno? Innanzitutto ho scoperto che, ogni tanto, ho bisogno di un po’ di tempo solo per me. Senza il 3G, senza il pc, anche senza le mie canzoni preferite, ma con il solo sottofondo di una lingua che non conosco.
Viaggiando da sola ho capito che non sono asociale. Lo avete pensato tutti di me, tutti. E questo ha portato anche me a pensarlo. Perché prima di aprirmi, sto in silenzio per giorni. Posso passare intere serate senza dire una parola. Se mi presentate un nuovo gruppo di amici, non andrò oltre il pronunciare il mio nome. Perché, in fondo, sono introversa. E quindi adesso mi è difficile spiegarvi come poi, quando viaggio da sola, mi trovo a mangiare patatine fritte ai mercatini di Natale di chissà quale città dell’Est Europa con una coppia tedesca e a mangiare pizza con pollo e mais alle 5 del mattino con i compagni d’ostello. Si crea un legame chimico. E nel dubbio mangio sempre.






Viaggiando da sola ho capito che detesto gli hotel, perché sono noiosi perché hanno le lenzuola e le federe bianche, e mi sono arresa al fatto che non mi importa quanto un Paese sia inculato o sconosciuto: se non ci sono mai stata, voglio andarci. Perché se davvero fa schifo, voglio scoprirlo io. Così come ho scoperto che chi si siede a un tavolo da solo in un ristorante non è uno sfigato: è uno che probabilmente ha vissuto cento volte più di noi che siamo lì con sette amici a fare attenzione a cosa possiamo e non possiamo dire perché quella s’è appena mollata con quello e allora non si può dire che né che e allora andate a quel paese.
Non viaggio da sola solo per vedere nuovi posti, nuove città, nuovi paesaggi: viaggio da sola per avere nuovi occhi – parafrasando quello che diceva Proust.
Non viaggio da sola perché non ho nessuno con cui andare, viaggio da sola perché fra tutti gli amici, ho scelto quelli che non ho ancora incontrato.
Prossime destinazioni in solitaria già prenotate:
28 luglio: Lussemburgo
1° settembre: Portogallo
E sapete cosa mi spaventa di più? Il 17 agosto, quando parto per la Danimarca con un amico: andrà tutto bene?
E voi quando la smettete di andare a sguazzare nel piscio dell’Adriatico e prendete un Ryanair da soli? 3 giorni, solo 3 giorni: ve li organizzo io. Non si deve viaggiare sempre e solo da soli, ma tutti dovrebbero provare. E se pensate che vi annoierete: beh, forse un quarto d’ora al giorno sì, succederà. Ma io a casa mi annoio 25 ore al giorno, come la mettiamo?

B.

giovedì 9 marzo 2017

FAR SERATA: GLI STEP VERSO L'INVECCHIAMENTO DELL'ANIMA

Ho cambiato il font del blog e spero riusciate a visualizzarlo correttamente da qualsiasi dispositivo stiate usando, perché ne ho scelto uno particolarmente da ritardata e ci tengo che tutti possano notarlo. Del resto, questo blog deve essere il più possibile a mia immagine e somiglianza.

Ho 24 anni e mi sono accorta che sto invecchiando. Che bell’attacco di merda, eh? Sì. Ma non sto scherzando, sono tragicamente seria. Da un anno e mezzo ormai ho smesso di ascoltare (gran parte, non tutta) la mia musica da quindicenne e ho iniziato a cercare su YouTube gruppi poco noti che ascolto e canto da sola, perché nessuno dei miei amici ne conosce le canzoni. Sono andata da sola al concerto dei Biffy Clyro e mi sono divertita più di quando a diciannove anni andavo al Le Banque con le mie amiche. E così arriviamo al secondo punto della mia presa di coscienza dell’imminente invecchiamento dell’animo.

Biffy Clyro, Fabrique, 2 febbraio 2017


Negli ultimi due mesi sono andata a ballare due volte (c’è anche da dire che a gennaio e febbraio ci sono gli esami, quindi non è che proprio tutti i sabati sera io fossi nel mood di fare le 5). Comunque, dicevo che sono andata a ballare solo due volte e mi sono sembrate più che sufficienti. Sono andata a ballare due volte e in entrambe le occasioni ero con soli uomini e non avrei potuto chiedere di meglio.

Ma facciamo un passo indietro: durante i primi due anni di Triennale andavo in discoteca quasi ogni settimana – che fosse il giovedì, il venerdì o il sabato, ma sempre e solo rigorosamente con le mie amiche. Il terzo anno, poi, sono andata in Australia, e andavo a ballare ogni singola sera: sì, avete letto bene, festa nel flat o sul rooftop e poi si esce, altrimenti la sicurezza ci caccia. Poi la vita ha voluto punirmi facendomi rimpatriare, ma ho avuto lo stesso un anno scatenato perché avevo amici vari che dovevano rimorchiarsi a vicenda e io non potevo perdermi assolutamente i limoni segreti. Ed ecco che ho iniziato a invecchiare.


Coco Chanel Ball, Sydney, 26 maggio 2014


Quando ho dato l’ultimo esame della sessione invernale avrei tanto voluto festeggiare andando a dormire alle 21, eppure sono stata trascinata nel privé del The Club. 

Adesso: non so da quanto voi non andiate a ballare il sabato sera, ma fatemi una promessa. Non fatelo mai più. A meno che non decidiate di andare all’Alcatraz – perché all’Alcatraz ci si diverte sempre. Io invece ho avuto la brillante idea di andare in uno di quei locali che quando ero liceale io, avevano la fama di essere in. Cosa vuol dire? Vuol dire che gli uomini per entrare dovevano avere la camicia e le donne i tacchi. Quella sera i maschi avevano magliette bianche e le femmine stivaletti-carro armato con fibbie d’oro.

La prima deficiente in quella discoteca ero io, però: avevo le scarpe da ginnastica e a 24 anni mi sentivo estremamente fuori luogo. Ero circondata da diciottenni illegalmente fighe e altrettanto volgari. A guardarle in faccia potevano sembrare loro le universitarie, tanto erano truccate. E io ovviamente sembravo una ritardata – ma questa non è una novità. Non avrei mai rimorchiato nessuno in quel locale se loro erano le mie rivali: io sembravo una bambola dell’Unicef e loro le Bratz, cazzo.

Ma prima di provare a buttar giù una scaletta delle tappe del divertimento alle feste in base all’età, voglio dirvi una cosa, care top model di Trezzano sul Naviglio: è vero, noi eravamo molto ma molto meno fighe di voi. Ma almeno quando andavamo a ballare non ci facevamo i tipi con i risvoltini e le sopracciglia ad ali di gabbiano. Quindi portateci rispetto.

18 anni
L’unica cosa che vuoi fare è uscire. Vuoi conoscere gente più grande perché credi che loro sì che sanno divertirsi davvero. Vuoi bere anche l’acetone perché tanto sei ancora un pivello e ti bastano un paio di ore per riprenderti dall’hangover. Ordini invisibili al barista della discoteca e la maturità ti fa più paura degli ingredienti letali di quel drink a base di benzina e urina di buttafuori.

19-21 anni
Ormai hai una laurea in feste. Hai iniziato l’università e non devi più aspettare il weekend per far baldoria. Puoi saltare le lezioni e far serata anche il mercoledì. Perché sì. Perché al primo anno, sei ancora al primo anno. Al secondo anno, hai iniziato a conoscere i posti migliori. Al terzo anno ormai hai capito che andrai fuori corso e allora dov’è la serata top il martedì? Con i drink inizi a regolarti, hai abbandonato i beveroni da vomito con Red Bull e scroto di topo tritato e inizi a orientarti verso dei grandi classici. Il gin tonic, per esempio. Ma non hai ancora capito che quello che bevi in discoteca è sempre (come sopra) benzina e urina di buttafuori. La tua più grande preoccupazione è che tutto il tuo gruppo di amici sia ubriaco al punto giusto, perché un bicchiere in più è come un paio di Nike: non è che senza quello tu non ti diverta, ma aiuta. Così come saresti in grado di correre anche senza le Nike, ma anche loro aiutano. Voi ci andreste al parco a piedi nudi? Meglio non rischiare.

22 anni
La mia mentore Britney Spears direbbe “You’re not a girl, not yet a woman”.  Le persone con cui esci sono sempre di più, mischi i compagni del liceo con quelli dell’uni e la gente inizia a starti sul cazzo. E questo è un punto di non ritorno. Cominci a odiare le persone, ed è quando capisci che non bisogna per forza bere per divertirsi. Stai maturando, finalmente. Bisogna bere per sopportare gli altri.

23-24 anni
Ormai hai il tuo cocktail preferito. Sai come si fa e lo vuoi fatto bene. E in discoteca lo fanno proprio di merda. Ordini un gin tonic e ti cadono gli incisivi superiori. Eppure la settimana prima lo avevi ordinato in quel bar carino, lo avevi pagato anche solo 8 euro e non 10 e non ti aveva corroso l’esofago. Forse non reggo più bene l’alcol? Non pensarlo mai. La verità è che stai piano piano scoprendo che in discoteca servono benzina e urina di buttafuori. Ti piace comunque parecchio uscire con gli amici e ubriacarti, ma perché non farlo in un pub dove perlomeno non mettono suoni a caso ma canzoni vere? Stai invecchiando, amico, eccome se lo stai facendo. Limoni un po’ tutti perché sai che comunque non hai più vent’anni e prima o poi speri che la Vita ti mandi una relazione seria, quindi meglio divertirsi un po’ nel mentre.

25 anni
È ufficialmente crisi. Un quarto di secolo: porca troia, raga, sono vergognosamente vecchia. Cioè, posso ancora uscire e divertirmi, ma chi rimorchio? I diciassettenni? Cominci a prendere sempre e solo lo stesso drink, perché non hai più nemmeno il coraggio di osare. Cominci ad appassionarti ai liquori, e sbagli i nomi dei tuoi amici: sei diventata tua nonna. No, scherzo, non siamo ancora a questo punto ma poco ci manca. In passato pensavi che a 25 anni avresti avuto una storia meravigliosa con qualcuno follemente innamorato di te, invece sei solo come un cane e quindi cominci a rimandare le aspettative ai 30. Hai più gruppi su WhatsApp che amici veri e, nonostante tu sia consapevole della ghigliottina della vecchiaia che pende sulla tua testa, speri ancora che qualche tuo amico tiri fuori una serata divertente dal cilindro. Nessuno lo fa, così ti lanci tu. Proponi una serata ignorante (è da tanto che non ne fate una insieme!) ma uno ha appena comprato la macchina e non ha soldi, l’altro ha un appuntamento per visionare una casa da affittare con la sua fidanzata e poi arriva lo stronzo che propone la cena in casa con pizza del kebabbaro ed ecco che tutti si liberano. I tuoi amici sono invecchiati prima di te, hanno un fidanzato e tu cominci a capire che morirai sola. Così cerchi qualcuno con cui morire sola in compagnia. Vi sembra questo un ossimoro? No, ragazzi, è uno stile di vita, è il mio: morire da soli, ma con qualcuno solo come te accanto. Non necessariamente 1+1 fa sempre 2, magari fa 1 e 1. A 25 anni tutti intorno a te iniziano a fantasticare sul futuro e a invitarti a cene dove hanno preparato merde poco caloriche fatte in casa, ma tu sei sì vecchio, ma non così tanto e l’hummus non lo mangi nemmeno se te lo cucina Cracco. Tu sull’hummus ci caghi. Per convincerti che sei ancora giovane apri Facebook: non ci sono più foto di cocktail ma mazzi di chiavi dei tuoi compagni delle elementari che sono andati a convivere. Chiudi i social e ti rannicchi ai piedi del letto: sono loro che hanno accelerato i tempi o tu che sei spaventosamente in ritardo? Nel dubbio sei solo, e quella è una certezza, una conferma. Provi a proporre una serata ai tuoi amici per riprenderti ma ti infili nuovamente nel circolo vizioso di cui sopra. Ah, dimenticavo: l’hangover inizia a durare una giornata intera.

Sugli anni a venire, vi saprò dire in futuro. Non ho ancora compiuto 25 anni ma so già come andrà, ho preferito prepararmi psicologicamente.

Io ho scoperto che sui Navigli fanno il drink più buono del mondo: Disaronno e Passito. E confermo la mia età, vicino al pensionamento dai locali. Ma vi prometto una cosa: io non diventerò mai così vecchia da ordinare un analcolico alla frutta “perché stasera ho solo sete”.

B.


PS: Andare a ballare con soli maschi è stato meraviglioso. Mi sono divertita da matti. Soprattutto perché quella sera all’Alcatraz, quella con le tette più grosse del gruppo ero io.

Zarro Night, Alcatraz, 28 gennaio 2017

mercoledì 11 gennaio 2017

CHE FINE HANNO FATTO I COMPAGNI DEL LICEO?

 Mi mancano tre esami per portare a termine i due anni di corso di Laurea Magistrale, e questo non volevo dirvelo solo per tirarmela un po’ (però, per favore, lasciatemi vantare un pochino, visto che in Triennale non sono mai stata in pari manco con gli esami del sangue), ma anche per fare una di quelle scontate quanto odiose considerazioni su quanto passi velocemente il tempo. 




Mio fratello piccolo a breve festeggerà il suo ventesimo compleanno: vent’anni, regaz, venti. E il piccolo della famiglia è lui. 

I tempi del liceo sembrano così lontani, quando ogni pomeriggio avevi dei compiti da fare e c’erano le interrogazioni a sorpresa.

Le interrogazioni a sorpresa.

In Triennale mi è capitato di avere otto libri (con una media di 800 pagine l’uno) più due quaderni di appunti da studiare per un solo esame (sì, anche qui me la sto un po’ menando), ma sapevo quando sarei stata interrogata: sapevo il giorno preciso e avevo prima un mesetto per prepararmi. Io vorrei dire una cosa a tutti noi italiani: siamo degli eroi. Noi a 15 anni mettevamo la testa sul banco in classe col rischio che la prof entrasse e dicesse:

Oggi interrogo.”

Ho i brividi sulla schiena a distanza di dieci anni.

La mia prof di storia e filosofia interrogava facendoci andare alla cattedra – e fin qui è piuttosto normale. Alla cattedra seduti. Dovevamo portarci la sedia dal posto, eravamo in coppia, e ci accomodavamo ai due lati della cattedra. Mi ricordo di una simpatica ragazza con l’avversione per la doccia che posizionava la sedia così vicina alla prof, da riuscire ad appoggiare le mani sulla cattedra. Ma lei era un caso a parte. Noi altri ci sedevamo sotto la finestra e di fronte alla porta – del resto al liceo i prof si sentono dei sovrani, no? Mantenevamo la debita distanza.

“Bellano, vieni?”

Sì, lei ti chiamava alla cattedra facendoti un invito: se ti va, passa di qua. Che gentilissima schifosa. E poi sputava anche il nome del tuo compagno di morte:

“Vieni anche tu?”

Io per tutti i tre anni di liceo sono stata interrogata sempre con la stessa ragazza: eravamo sempre, e dico sempre, le prime due del giro. Per noi era quasi un’interrogazione programmata. Per darvi un’idea di quanto prime fossimo ogni maledetta volta, vi racconto un breve aneddoto. 

venerdì 25 novembre 2016

PERCHÈ GLI STAGE STANNO UCCIDENDO L'ITALIA

Partiamo dal presupposto che quando sono mestruata dovreste chiudermi in una stanza con un televisore sintonizzato su Real Time e lasciarmi morire lì. Perché Real Time, vi state forse chiedendo? La risposta non è – benché non sarebbe comunque completamente sbagliato, che Real Time trasmette programmi osceni. La verità è che, se ci pensate, oltre ad essere osceni, quei programmi seguono perfettamente le fasi del ciclo mestruale: quando hai fame, c’è quell’insulto all’Italia di Buddy, che sforna più figli che torte commestibili; quando sei triste, ci sono i casi umani affetti da malattie imbarazzanti e incurabili; quando, meno di dieci minuti dopo, torni di buon umore, puoi scegliere il tuo abito da sposa anche se sei ancora single; quando pensi che nulla nel mondo possa essere peggio di avere il mestruo, inizia  “Take me out”, e purtroppo per quello la Lines non ha ancora inventato un assorbente che funzioni davvero.

Non sono, come avrete intuito, del migliore degli umori, tant’è che mi sono anche dimenticata di iniziare nel mio modo consueto, cioè dicendo che ultimamente sono stata molto impegnata e non ho avuto tempo di aggiornare il blog. Questa volta la scusa potrebbe essere che sono andata il Bulgaria, ma la verità è che ci sono stata solo quattro giorni e dunque non è una scusa accettabile. Posso dirvi, però, che prima o poi arriverà anche un post sulla mia avventura a Sofia. Oggi sono nervosa e dunque non mi va di rovinare un racconto estremamente ilare e piacevole solo perché sono una donna col ciclo.

Ecco quindi che ho pensato fosse meglio sfogare la mia rabbia pigiando la tastiera con veemenza immane affrontando un tema che da tempo mi ronza in testa e mi fa imbestialire. In realtà volevo metterlo a tacere, ma non ho ancora imparato a stare zitta.

Sono riuscita a trasformare la fine della mia relazione in un post sarcastico, ma nonostante questo blog sia nato per sbeffeggiare tutto e tutti, me in primis, una volta al mese divento il Mangiafuoco del mio Paese dei Balocchi, e quindi vi tocca anche qualche articolo serio. Del resto io sarò anche autoironica, tonta, ciccia, divertente, cattiva, ma sono soprattutto una maledetta polemica.

Io amo l’Italia. O meglio: io amo Milano e penso che in generale tutta l’Italia sia bellissima. Lo dico da persona che ha vissuto in Australia, ha visitato uno Stato africano, uno caraibico, due volte gli USA ed è stata in 14 nazioni europee (e ha visto anche San Marino!): di posti meravigliosi come lo Stivale, nel mondo, ce ne sono davvero pochi. Eppure più persone nuove conosco, più viaggi faccio, più capisco che l’Italia è malata.