mercoledì 28 febbraio 2018

LETTERA A UN AMORE FINITO

Ti scrivo.

Ti scrivo perché le pagine bianche sono il mio nascondiglio preferito. Le pagine bianche mi ascoltano in silenzio, assorbono tutti i miei pensieri e mi pongono piccole domande silenziose. Sono piccole perché si intrufolano fra le righe di quello che scrivo, sono piccole perché le inspiro senza nemmeno accorgermi, e un secondo dopo sto vomitando la risposta sempre lì: sulle pagine bianche. Che non mi giudicano, che mi lasciano continuare anche quando mi sto dilungando troppo, perché le pagine bianche sono pazienti. Le pagine bianche sono rovinate, cancellate, accartocciate, cestinate: ma solo dopo averti ascoltato.

Ti scrivo per parlarti di un amore finito.

Ti scrivo per parlarti del nostro amore finito.

martedì 16 gennaio 2018

HAI 25 ANNI, È DOMANI E NON PUOI PIÙ...

Un giorno ti svegli ed è domani.

Scusate, quando vivevo in Italia scrivevo molto meglio, ma volevo farvi credere anche io di non sapere più l’italiano come quelli che vanno un weekend a Londra e tornano parlando bengalese perché chi pensano di prendere per il culo: di inglese vero non ne hanno incontrato nessuno. Sì, insomma, conosciamo tutti un amico che è tornato da un’esperienza all’estero millantando di avere ormai il cervello impostato sull’inglese. 

State tranquilli, non è il mio caso – eh, lo so che ci speravate, eppure anche dall’Inghilterra eccomi qui a scrivere (finalmente) di nuovo sul blog.

Dicevo: un giorno ti svegli ed è domani. E il domani sono i venticinque anni.

Prima dei venticinque anni la vita è completamente diversa e, soprattutto, prima dei venticinque anni pensi sempre che il tuo venticinquesimo compleanno non arriverà mai, pensi che sarai giovane per sempre. Prima dei venticinque anni tutto si vive al massimo: si beve come se non ci fosse un domani, si mangia come se non ci fosse un domani, si spende e si fanno cazzate come se non ci fosse un domani.

Ma un giorno ti svegli ed è domani. Hai venticinque anni.

Inizialmente il domani non sembra essere spaventoso come avevi sempre pensato. È un altro giorno come tanti, è un po’ come ieri. Ma questa sensazione dura poco. Ben presto capisci che nulla sarà più come prima e dal domani non c’è ritorno.

Pensavo che sarei arrivata ai miei venticinque anni con un fidanzato, con una storia seria che mi avrebbe portato alla convivenza nel giro di un paio di anni al massimo, con un lavoro soddisfacente, con un guardaroba da donna quale oramai ero diventata.

Ho compiuto venticinque anni da single, senza il benché minimo interesse verso alcun individuo di sesso maschile, senza nessuna prospettiva di convivenza nemmeno nei dodici anni a venire, con un lavoro sottopagato e che mi causava più crisi isteriche che gioie, con un armadio equamente diviso fra vestitini da escort e pigiami di pile con bestie varie disegnate, senza via di mezzo alcuna. Go puta or go branda.

Quando arrivano i venticinque anni cambia tutto. Anche i giorni della settimana cambiano nome: non esiste più il Giovedìdivina o il Venerdìalcatraz, per esempio. Esistono solamente i giorni lavorativi e i giorni feriali, ecco come si dividono le settimane, i mesi, gli anni, la vita. L’esistenza è scandita da momenti di lavoro seguiti da momenti di riposo. A venticinque anni, infatti, scopri che il riposo viene dopo il lavoro. E credetemi: fa male come scoprire che Babbo Natale non esiste. A venticinque anni ti alzi il sabato mattina alle otto e mezza e credi di esserti fatto una ronfata epica, perché caspita! Le otto e mezza! E ti assale immediatamente una strana angoscia: è come se dentro di te sentissi che devi fare qualcosa, ma non sai bene cosa.

A venticinque anni non sai bene cosa dovresti fare, ma sai cosa non devi mai più fare.

mercoledì 18 ottobre 2017

IL MIO ULTIMO GIORNO DI LAVORO

Era il 2015, avevo appena iniziato la laurea magistrale e avevo le idee chiarissime: volevo finirla il prima possibile. Il piano di studi prevedeva uno stage obbligatorio di 240 ore, per acquisire 6 crediti, stage da svolgere nel corso del secondo anno. Ma al secondo anno avrei dovuto pensare anche alla tesi, avrei avuto l’ansia di dover finire, ogni mese di ritardo nella ricerca del tirocinio avrebbe allontanato anche la tanto agognata laurea e poi… E poi io ero nuova in Unimi, venivo da un altro ateneo ma mi era bastato un solo giorno nella sporca sede di Festa del Perdono per capire che alla Statale non ci sono regole: non perché non ce ne siano di scritte, ma perché i tempi per mettersi in contatto con la segreteria, per avere una risposta degna del Q.I. di una nutria sono talmente lunghi e frustranti che alla fine conviene fare il cazzo che si vuole. Così ho deciso che io lo stage lo avrei fatto il primo anno e, anzi, lo avrei iniziato subito, nel primo semestre.

Mi iscrissi al portale dell’università per trovare le offerte pensate ad hoc per il mio percorso di studi. Ce n’erano poche più di 4. Un ottimo inizio per capire quante porte mi avrebbero aperto una triennale in Lettere e una magistrale in Editoria. Andai così a sbirciare anche fra gli annunci della Cattolica, che generalmente è sempre stata più efficiente. E con “sempre più efficiente” intendo anche “tre volte più costosa”.

Feci il mio primo colloquio in via Alessandro Volta a Milano, presso la sede della onlus Progetto Itaca. Posizione aperta: addetto all’ufficio stampa. Mi accolsero due signore di mezza età in evidente sovrappeso.

domenica 24 settembre 2017

A VOLTE

A volte hai bisogno di arrivare a un soffio dalla realizzazione del tuo sogno per capire che, forse, era il sogno sbagliato. Era il sogno dietro al quale hai speso ogni energia negli ultimi anni, ma era il sogno sbagliato. Era il sogno con cui ti eri riempita la testa, ma i sogni, quelli veri, quando escono dai cassetti entrano nel cuore. 

A volte hai bisogno di sconvolgere completamente la tua vita e ritrovarti sola nel letto a fissare un soffitto che pare un maxischermo. A pensare a quanto coraggio hai avuto a buttarti a capofitto nel buio delle notti insonni. O quanta sconsideratezza. Perché chi dice che non ci sia nulla di peggio del sentirsi soli in mezzo a una manciata di volti amici, non ha mai provato la soffocante solitudine che t’affoga nel silenzio delle prime ore del mattino. Quando la sveglia non ha ancora suonato, quando la nave dei tuoi pensieri ha già riacceso i motori e punta dritta l’iceberg.

A volte hai bisogno di romperti i denti contro una porta chiusa. Una porta sbattutati in faccia. Una porta che da troppo tempo lasciavi socchiusa. Ma dalle porte chiuse a metà entrano solo gli spifferi, e con gli spifferi ci si ammala. Non si prende il verme solitario, ci si ammala di cuore solitario: il cuore si nutre solo dei miasmi che passano dalla serratura della porta, batte più lentamente ma continua a pulsare nella speranza di riunirsi a chi sta al di là di quella porta. Ma al di là della porta c’è del marcio che ha fatto la muffa, e il marcio che ha fatto la muffa puzza.

A volte hai bisogno di giocare d’anticipo e chiuderla tu quella porta, prima che l’urto ti faccia cadere all’indietro. Prima che ti faccia male. Un male che non ti aspettavi, che non avevi messo in conto, che si accumula a un bagaglio di colpi incassati in silenzio ancora troppo grande.

A volte hai bisogno di un amico che davanti a un Godfather ti dica che tu meriti di meglio.


A volte hai bisogno di sdraiarti ancora a letto, di fissare ancora quel soffitto che pare un maxischermo, e far partire, per una volta, il film che vuoi tu.

giovedì 24 agosto 2017

5 GIORNI A COPENHAGEN: COME, DOVE E PERCHÈ

Partiamo dal presupposto che cinque giorni per visitare Copenhagen sono troppi, ma le date delle vacanze non siamo noi a deciderle bensì le offerte Ryanair – e se il giovedì e il lunedì i voli costano meno, tu parti il giovedì alle 6:35 del mattino e atterri il lunedì dopo alle 23, punto. Avendo messo in chiaro quindi che cinque giorni sono assolutamente eccessivi, ho deciso di scrivervi, passo per passo, una guida su come spendere al meglio cinque giorni a Copenhagen.

Perché mi piace essere incoerente.

Ma soprattutto perché se io ho passato cinque giorni a Copenhagen, ce li passate anche voi.



Iniziamo con l’organizzazione pre-partenza:


Il volo
Assicuratevi di prenotare con Ryanair, perché le altre compagnie low cost come Easyjet non garantiscono gli stessi orari di merda, e non vorrete rischiare di dovervi trovare in aeroporto alle 4 del pomeriggio dopo esservi mangiati un bel piatto di pastasciutta comodamente a casa! Prenotate il volo che parte alle 6:35 da Orio al Serio, così da arrivare all’aeroporto e trovare lo stesso puttanaio incredibile di gente che trovereste alle suddette 4 del pomeriggio. Per quanto riguarda il ritorno, invece, cercate quello che atterra alle 23 a Bergamo, così siete sicuri che nessun normodotato avrà voglia di venirvi a prendere. Dentro di voi ripetetevi che, in fondo, sono due orari tattici: potete sfruttare appieno entrambe le giornate. Per trovare voli a 40 euro a/r per il Nord Europa non ci sono consigli che possa darvi, quella è una abilità esclusivamente mia.

L’alloggio
Stasera dovete per forza cenare? Voglio dire, avete davvero così tanta fame? Pensateci bene: non riuscite a saziarvi con ingenti dosi di acqua del rubinetto? Lo dico perché credo sia opportuno che iniziate a risparmiare adesso per potervi permettere una stanza nella capitale danese. Non provate nemmeno a cercare un hotel e fate poco gli schizzinosi: andate in ostello. Che poi, siamo sinceri: gli ostelli sono molto più belli degli hotel. Sono colorati, sono allegri, non hanno i letti completamente bianchi. Se siete fidanzati e volete cercare una stanza privata, ripensateci e date il giusto peso alla vostra relazione: non è ora di portarla al livello successivo sperimentando qualcosa di più aperto? Intendo: portarla al livello successivo e condividere la stanza con altri viaggiatori che si sveglieranno alle 6 per fare un casino della Madonna. È un consiglio spassionato quello che sto cercando di darvi, perché ecco, per prenotare una stanza per due a Copenhagen bisogna chiedere un prestito alla banca prima di aprire Booking.com. Quindi cercate su Hostelworld l’ostello Urban House e andate lì. Il bar al piano terra è il più vivo della città e i materassi sono piuttosto comodi. Per una stanza con cinque letti a castello all’Urban non dovrete aprire un mutuo, ma solo vendere un paio di organi interni – magari quelli che abbiamo doppi. Io ho venduto il cuore, tanto era da un po’ che non lo usavo.

La valigia
Aprite il cassetto delle cose estive e prendetene un paio. Poi aprite il cassetto delle cose primaverili e prendetene un altro paio. Poi aprite il cassetto delle cose autunnali e prendetene due. Infine aprite il cassetto delle cose invernali e tiratene su due anche di quelle. Il termometro nella piazza principale di Copenhagen – che è una specie di copia di Piazza del Campo a Siena, segnerà sempre e indistintamente 18 gradi, quindi vi serviranno quei vestiti tattici da 18 gradi: magari al sole stai bene in maglietta, magari piove, magari si alza il vento, magari all’ombra ti viene lo squarau. Ecco com’è Copenhagen. Per darvi un’ulteriore idea, posso raccontarvi che il mio compagno di viaggio aveva un amico che da cinque anni vive là: lo abbiamo contattato per farci dare qualche dritta prima di volare. «È fredda e piena di vento, come sempre», ha commentato lapidario lui.

Adesso arriviamo al programma vero e proprio per i cinque (ricordo: cinque) giorni che trascorrerete in Danimarca.

Giorno 1 – Giovedì
Atterrando alle 8:35 del mattino ed essendovi svegliati (se va bene) alle 4, alle 10 sarete prossimi al coma vegetativo, avrete l’impressione che siano almeno le 3 del pomeriggio e avrete istinti suicidi. Ma andiamo in ordine: dall’aeroporto di Copenhagen basta fare un quarto d’ora di treno per arrivare alla stazione centrale della città, al prezzo di 36 corone (poco più di 7 corone equivalgono a un euro). L’ostello Urban House sarà a trenta secondi a piedi dalla stazione e, se in un primo momento questa potrebbe sembrarvi una location da evitare, smettete subito di pensare: posso garantirvi che mi ringrazierete, perché è un posto davvero strategico. Il fatto che non possiate accedere alla vostra stanza prima delle 3 vi farà incazzare non poco, perché sarete costretti a girovagare stanchi morti alle 9 e mezza del mattino, senza aver avuto il tempo di lavarvi la faccia e stilare un piano per la giornata. La prima idea che vi verrà sarà dunque quella di cercare un parco dove andare a stendervi per un paio d’ore e recuperare le forze perse nella notte quasi insonne e, istintivamente, vi dirigerete verso il parco che più parco non si può: il parco che si chiama Giardini Tivoli. Un parco che si chiama Giardini Tivoli non può che essere pieno di erba verdissima su cui sdraiarsi e abbioccarsi nel giro di un nanosecondo. Un parco che si chiama Giardini Tivoli, invece, non è altro che un Gardaland in miniatura ubicato al centro della città. L’ingresso costa 120 corone e non include alcuna giostra. L’ingresso con le giostre di corone ne costa 350 – 50 euro. Insomma: Tivoli il primo giorno sembra proprio un’idea di merda, quindi andate alla ricerca di un altro parco. A questo proposito vi consiglio di fare una passeggiata in quello che si chiama qualcosa come parco Orsted. Ha un ponticello, un piccolo laghetto ed è molto romantico (certo, i parchi da visitare davvero sono altri, come i Giardini Botanici, ma siamo ancora alla fase in cui siete in una nuova città e non avete ancora fatto la scaletta delle cose da vedere). Se a Copenhagen vi viene fame, se riuscite fatevela passare, altrimenti rifugiatevi un fast food a caso o comprate un hot dog a un baracchino – non osate entrare in un bar a meno che non abbiate in banca un conto con almeno ventordici zeri. E comunque gli hot dog per strada sono anche buoni – per una cicciamerda come me. Passate le 3, potrete finalmente andare a esplorare la vostra stanza d’ostello e vi assalirà un’incontrollabile voglia di sdraiarvi a letto. Dovrete fare tutto in reverenziale silenzio, perché i vostri compagni di stanza staranno beatamente dormendo: sì, alle 4 del pomeriggio e sì, succederà ogni giorno. Due sono le torri sulle quali, nel pomeriggio, varrà la pena salire: una si chiama Torre Rotonda e non ha scalini, ma si sale in salita (curiosità: si percorreranno 209 metri a piedi nonostante la torre sia alta solo 36 – ma vi garantisco che la vista dall’”alto” è molto piacevole) e l’altra è il campanile della chiesa del Nostro Redentore. Si tratta di un campanile secco vero, per metà i gradini sono collocati all’esterno e non ci giro intorno: a Copenhagen c’è sempre un vento folle, quindi vi cagherete in mano. Avrete paura che vi cada il telefono dalle mani tanto soffia forte, quindi non scatterete nessuna foto. Se sopravvivete, scendete dal campanile e andate a fare un giro a Christiania: si tratta di una zona che si è dichiarata indipendente da Cope, ci vivono mille persone che fumano canne tutto il giorno, quando non le fumano provano a vendertele e nel tempo libero vanno in skateboard fatti come scimmie. Nel piccolo villaggio tutti i colori sono sgargianti, ci sono murales e baracche e vi verrà voglia di lanciare un euro a quei disadattati. A Christiana vigono delle leggi a sé stanti e non si possono scattare foto: pare che qualche anno fa l’atmosfera fosse molto più figa, ma da quando hanno accoppato uno dentro, la fattanza da abbraccia-alberi s’è dovuta sedare un pochino. Chi vive a Copnhagen da cinque anni racconta che il creatore di Christiania abbia flashato quando ha voluto dare vita al mondo dei draghi cannaioli, per copiare Amsterdam. Per cena, in zona, c’è il mercato dello street food: costa poco, è buono, è pieno di giovani e c’è musica – vi ho convinti? Per tornare a casa non vi resta che imboccare un ponte che hanno costruito tre volte di fila, perché sbagliavano sempre qualcosa nei calcoli delle distanze, e poi percorrere il viale pedonale più lungo d’Europa, che si chiama Stroget ma ricorderete come Strozus.

Giorno 2 – Venerdì
I vostri compagni di stanza – e precisamente la vostra maledetta compagna di stanza coreana ossessionata da Spongebob, decideranno di svegliarsi alle 7 per fare la valigia (e, soprattutto, per poi non partire). Quindi vi sveglierete piuttosto presto e aspetterete che il vostro compagno di viaggio esca dalla doccia con l’idea che rovinerà completamente la vostra giornata: andare al parco dei cervi. A circa 17 km da Copenhagen, infatti, c’è un parco con più di 2000 esemplari di cervi liberi, e a un paio di chilometri dal parco, c’è una spiaggia con quattro campi da beachvolley. In ostello il noleggio delle bici costa 135 corone al giorno, ma di fronte al parco in cui, seguendo le mie indicazioni, sarete andati il primo giorno, troverete degli egiziani che ve le affitteranno per sole 80 corone, e così commetterete la cazzata di prenderle. Per raggiungere il parco dei cervi passerete davanti alla Sirenetta, che è piccola e anche abbastanza bruttina, ma fermatevi comunque: poi sarete felici di aver fatto almeno una sosta. La strada per il parco dei cervi, infatti, è dannatamente lunga e il vento danese che vi soffia in faccia come fosse bora, vi farà pentire di aver imparato a pedalare. Una volta arrivati al parco dei cervi, il vostro amico deciderà che non vuole pisciare dietro un albero, ma andare ai bagni che distano altri 6 km. Poi sì, poi i cervi li vedrete e sarete molto felici, ma la sola idea di dover tornare in bici a Copenhagen vi ucciderà. Però, dopo una pausa in spiaggia e con “Impiccheranno Geordie” nelle orecchie, vi rimetterete in sella, con il sedere ormai sfatto, un prolasso anale e un generale dolore ai quadricipiti che vi porterà quasi alle lacrime. A farvi piangere davvero ci penseranno tutti i semafori rossi che vi costringeranno ad alzare il culo dal sellino e patire le peggiori pene: dolori lancinanti alle chiappe. Rientrati a Cope, fermatevi a vedere i Giardini Botanici e quelli del castello di Rosenborg: sono uno di fronte all’altro ed è vietato andarci in bici, quindi sarà una scusa per tirare fuori il sellino che vi si sarà incastrato in mezzo alle natiche. Io il male al culo che avevo quel giorno dopo quasi 50 km non riesco nemmeno a descrivervelo, ma posso dirvi che il mio livello di stanchezza aveva toccato la risata isterica. Poi tornate in ostello, per l’amor del cielo, tornate in ostello a farvi una doccia e a mettervi a letto – pronti a recuperare le forze, perché è venerdì e si va a ballare. Dovete sapere che a Copenhagen i locali chiudono all’1, tranne quelli del distretto Meatpacking che rimangono aperti più a lungo – ed è lì che andrete! C’è Tommi’s, una catena islandese che fa hamburger molto buoni, e c’è Noho, un bar che dalle 10 inizia a mettere musica ballabile: è uno dei più eleganti della città e diciamo che se come posti pettinati avete in mente il Phi Beach di Porto Cervo, dovete decisamente ridimensionare i vostri standard. I drink costano un occhio della testa, ma sai che a fine serata ti aspetta un hot dog del baracchino, quindi la nottata ha un senso fin dall’inizio. La zona ha diversi locali: quando chiude uno ci si sposta in un altro – e generalmente il livello si abbassa a ogni migrazione. Il giusto trash, insomma. Inutile dire che l’ostello è a cinque minuti a piedi – perché se vi ho detto che la location è tattica, la location è tattica.







Giorno 3 – Sabato
E’ sabato e il vostro compagno di viaggio ha avuto la brillante idea di noleggiare le bici per due giorni consecutivi, così, col sedere ancora puzzle, vi rimettete in sella. Oggi esplorate la città: andate a vedere l’attrazione principale, cioè Nyhavn, il porto con le casette dai mille colori. È molto bello. Ed è circondato da baracchini di street food, con carne argentina da leccarsi i baffi. Poi andate alla volta di Kastellet, una fortezza costruita su un terreno con pianta a stella, andate a vedere la chiesa copia scadente di San Pietro, il palazzo reale, l’Opera House che se la vedono gli australiani cagano a spruzzo fino al duemilasempre, andate a vedere Castle Island e la biblioteca chiamata “Il diamante nero” e, infine, accomodatevi su un battello e fate il più turistico dei giri dei canali. Giargianata? Sì. Bello? Sì. Quindi fatelo. Io ho imparato molte cose: la mia guida, per esempio, ha raccontato che c’è un posto a Copenhagen dove la domenica fanno il brunch e (cito) se lo fanno bene, è buonissimo. Grazie per averlo specificato. Del resto io spesso mi impegno molto a fare bene piatti di pastasciutta con ingredienti a caso e poi vengono una merda, quindi almeno con loro hai la garanzia che quando lo fan bene, oh, è buono vero. Ma la vera bomba della giornata sarà un’altra: ai Giardini Tivoli ci sarà un festival anni ’90 e in concerto suoneranno, fra gli altri, gli Aqua, i Vengaboys e Haddaway. Adesso ditemi: cosa cazzo c’è di meglio? Niente. Cioè, sarebbe stato meglio andarci a stomaco pieno, ma eravamo in ritardo e non volevamo assolutamente perderci il concerto del secolo. “Barbie Girl”, “Doctor Jones”, “Boom boom boom”, “What is love”: troppe emozioni in una sera sola, troppe emozioni davanti a un popolo apatico. C’erano due persone che cantavano a squarciagola e ballavano come se fossero posseduti in mezzo alla folla: eravamo io e il mio amico. I danesi erano impassibili. Non cantavano, non ballavano, non saltavano, non vivevano. Sprecavano così il giorno più bello della loro vita. O forse loro si divertono a mangiare smorrebrod. Ah! Non ve l’ho detto: il piatto tipico danese si chiama smorrebrod ed è una fetta di pane condita. Una sola fetta di pane con sopra la qualunque. Una bruschetta. Piatto nazionale. Come cazzo fai a essere felice, in effetti? Vi caricherei volentieri i video di quella serata memorabile, ma purtroppo io e il mio amico cantavamo talmente forte che si sente solamente la nostra voce – e ne vado piuttosto fiera. Alla fine del concerto ci saranno anche i fuochi d’artificio, le giostre chiuderanno, così i vostri compagni di viaggio non potranno farvi crepare di paura sulle attrazioni mortali. Se la serata elegante si chiude con un hot dog, dopo quella anni ’90 è d’obbligo un kebab che poi sarà la vostra cena a mezzanotte e mezza. (Per la cronaca: il pelato degli Aqua tira ancora come un carro di buoi – cit.)



Giorno 4 – Domenica
Arrivati al quarto giorno, la stanchezza inizierà a farsi sentire, ma i vostri compagni di stanza continueranno a svegliarsi presto e, guarda caso, vi sveglierete presto anche voi. Prima che il vostro compagno di viaggio possa uscirsene con un’altra idea di merda, parlerete voi: 46 minuti, 12 euro, treno per Malmo, Svezia. 12 euro è un prezzo davvero inaspettato tenendo conto che siete in Danimarca, ma in effetti ci vogliono 46 minuti anche per fare Milano-Como e il biglietto ne costa 4,50. C’è da dire che il treno per Malmo ha le macchinette nelle carrozze e fa l’Oresund, uno dei ponti più fighi del mondo: prima va sotto il mare, poi sbuca su un’isola e poi raggiunge la Svezia, con una maestosa architettura. Rega: è bello vero. Insomma: la cosa più figa di Copenhagen è il ponte per Malmo. Malmo non è nulla di che. Di domenica è particolarmente morta e non ha attrazioni, se non un grattacielo che si chiama Turning Torso e che si gira su se stesso con un effetto migliore di quello milanese di Tre Torri, ma non ci si può salire. A Malmo c’è però un’enorme distesa verde che affaccia sul mare: è suggestiva e c’è un pontile che porta a un bar carino, con un terrazzo da cui ammirare il mare scuro e il ponte per Cope. A Malmo, se siete fortunati come lo sono stata io, beccherete un’avvincente partita di calcio, che sarà la cosa più interessante della città, insieme alla piazzetta Lilla Torg con le case a graticcio (numero di case a graticcio: due, ma sono belle lo stesso). Per la cena, mi dispiace, ma dovrete organizzarvi da soli, perché io sono andata a casa dell’italiano che aveva descritto Copenhagen come fredda e piena di vento, come sempre e che aveva raccontato del tizio di Christiania che aveva flashato. Ho mangiato una pizza molto poco buona, per essere fine. Ma io sono anche cagacazzo col cibo.
Curiosità: in Danimarca il peso dell’affitto è pari a più o meno il 30% dello stipendio – proprio come in Italia... In Danimarca le auto costano il triplo che in Italia: si tratta di una mossa del governo per scoraggiarne l’acquisto. Chi volesse fare il furbo e portarsela dall’Italia, sappia che può usarla senza ripercussioni per un anno, al termine del quale, però, dovrà pagare la differenza di costo fra il prezzo dell’auto in Italia e in Danimarca. Ma i danesi non sono furbi come sembrano: stanno ampliando la rete metropolitana e i cantieri sono tutti italiani. Pare che si possano sentire operai bestemmiare nella lingua più bella del mondo. E del resto: quando vuoi una metropolitana costruita bene e soprattutto in fretta, a chi ti affidi se non a noi italiani? Daje danesi, se siete furbi.





Giorno 5 – Lunedì
È arrivato l’ultimo giorno e non avete ancora visitato il parco in cui volevate entrare il primo, prima di scoprire che il solo respirare all’interno costava 120 corone. È arrivato l’ultimo giorno e di corone ne spendete 350 per andare su tutte le giostre: c’è addirittura un calcio in culo che mentre gira sale a centinaia di metri d’altezza. A Tivoli ci sono le montagne russe col giro della morte, c’è la ruota panoramica e la giostra dei cavalli. Poi ci sono delle macchinette blu che girano su se stesse: sembrano la versione maschile delle tazze, quelle che ti fanno salire lo sbratto facile. Quelle macchinine blu sono in realtà l’attrazione più bella del parco: girano fortissimo, ma non sempre nello stesso verso, cambiano all’improvviso dandoti delle sberle pazzesche. Saliteci almeno sei o sette volte. Trascorrerete diverse ore nel piccolo Gardaland nel centro di Copenhagen, e poi andrete con calma in aeroporto, pensando che sì, cinque giorni a Cope sono tanti, ma cazzo se voi li avete organizzati bene!



Lo so, altro che per un magazine online, avrei dovuto lavorare in un’agenzia turistica: la cultura con me incontra l’avventura e i concerti anni ’90 – cosa volete di meglio?

Next stop: Portogallo.


B.