domenica 24 settembre 2017

A VOLTE

A volte hai bisogno di arrivare a un soffio dalla realizzazione del tuo sogno per capire che, forse, era il sogno sbagliato. Era il sogno dietro al quale hai speso ogni energia negli ultimi anni, ma era il sogno sbagliato. Era il sogno con cui ti eri riempita la testa, ma i sogni, quelli veri, quando escono dai cassetti entrano nel cuore. 

A volte hai bisogno di sconvolgere completamente la tua vita e ritrovarti sola nel letto a fissare un soffitto che pare un maxischermo. A pensare a quanto coraggio hai avuto a buttarti a capofitto nel buio delle notti insonni. O quanta sconsideratezza. Perché chi dice che non ci sia nulla di peggio del sentirsi soli in mezzo a una manciata di volti amici, non ha mai provato la soffocante solitudine che t’affoga nel silenzio delle prime ore del mattino. Quando la sveglia non ha ancora suonato, quando la nave dei tuoi pensieri ha già riacceso i motori e punta dritta l’iceberg.

A volte hai bisogno di romperti i denti contro una porta chiusa. Una porta sbattutati in faccia. Una porta che da troppo tempo lasciavi socchiusa. Ma dalle porte chiuse a metà entrano solo gli spifferi, e con gli spifferi ci si ammala. Non si prende il verme solitario, ci si ammala di cuore solitario: il cuore si nutre solo dei miasmi che passano dalla serratura della porta, batte più lentamente ma continua a pulsare nella speranza di riunirsi a chi sta al di là di quella porta. Ma al di là della porta c’è del marcio che ha fatto la muffa, e il marcio che ha fatto la muffa puzza.

A volte hai bisogno di giocare d’anticipo e chiuderla tu quella porta, prima che l’urto ti faccia cadere all’indietro. Prima che ti faccia male. Un male che non ti aspettavi, che non avevi messo in conto, che si accumula a un bagaglio di colpi incassati in silenzio ancora troppo grande.

A volte hai bisogno di un amico che davanti a un Godfather ti dica che tu meriti di meglio.


A volte hai bisogno di sdraiarti ancora a letto, di fissare ancora quel soffitto che pare un maxischermo, e far partire, per una volta, il film che vuoi tu.

giovedì 24 agosto 2017

5 GIORNI A COPENHAGEN: COME, DOVE E PERCHÈ

Partiamo dal presupposto che cinque giorni per visitare Copenhagen sono troppi, ma le date delle vacanze non siamo noi a deciderle bensì le offerte Ryanair – e se il giovedì e il lunedì i voli costano meno, tu parti il giovedì alle 6:35 del mattino e atterri il lunedì dopo alle 23, punto. Avendo messo in chiaro quindi che cinque giorni sono assolutamente eccessivi, ho deciso di scrivervi, passo per passo, una guida su come spendere al meglio cinque giorni a Copenhagen.

Perché mi piace essere incoerente.

Ma soprattutto perché se io ho passato cinque giorni a Copenhagen, ce li passate anche voi.



Iniziamo con l’organizzazione pre-partenza:


Il volo
Assicuratevi di prenotare con Ryanair, perché le altre compagnie low cost come Easyjet non garantiscono gli stessi orari di merda, e non vorrete rischiare di dovervi trovare in aeroporto alle 4 del pomeriggio dopo esservi mangiati un bel piatto di pastasciutta comodamente a casa! Prenotate il volo che parte alle 6:35 da Orio al Serio, così da arrivare all’aeroporto e trovare lo stesso puttanaio incredibile di gente che trovereste alle suddette 4 del pomeriggio. Per quanto riguarda il ritorno, invece, cercate quello che atterra alle 23 a Bergamo, così siete sicuri che nessun normodotato avrà voglia di venirvi a prendere. Dentro di voi ripetetevi che, in fondo, sono due orari tattici: potete sfruttare appieno entrambe le giornate. Per trovare voli a 40 euro a/r per il Nord Europa non ci sono consigli che possa darvi, quella è una abilità esclusivamente mia.

L’alloggio
Stasera dovete per forza cenare? Voglio dire, avete davvero così tanta fame? Pensateci bene: non riuscite a saziarvi con ingenti dosi di acqua del rubinetto? Lo dico perché credo sia opportuno che iniziate a risparmiare adesso per potervi permettere una stanza nella capitale danese. Non provate nemmeno a cercare un hotel e fate poco gli schizzinosi: andate in ostello. Che poi, siamo sinceri: gli ostelli sono molto più belli degli hotel. Sono colorati, sono allegri, non hanno i letti completamente bianchi. Se siete fidanzati e volete cercare una stanza privata, ripensateci e date il giusto peso alla vostra relazione: non è ora di portarla al livello successivo sperimentando qualcosa di più aperto? Intendo: portarla al livello successivo e condividere la stanza con altri viaggiatori che si sveglieranno alle 6 per fare un casino della Madonna. È un consiglio spassionato quello che sto cercando di darvi, perché ecco, per prenotare una stanza per due a Copenhagen bisogna chiedere un prestito alla banca prima di aprire Booking.com. Quindi cercate su Hostelworld l’ostello Urban House e andate lì. Il bar al piano terra è il più vivo della città e i materassi sono piuttosto comodi. Per una stanza con cinque letti a castello all’Urban non dovrete aprire un mutuo, ma solo vendere un paio di organi interni – magari quelli che abbiamo doppi. Io ho venduto il cuore, tanto era da un po’ che non lo usavo.

La valigia
Aprite il cassetto delle cose estive e prendetene un paio. Poi aprite il cassetto delle cose primaverili e prendetene un altro paio. Poi aprite il cassetto delle cose autunnali e prendetene due. Infine aprite il cassetto delle cose invernali e tiratene su due anche di quelle. Il termometro nella piazza principale di Copenhagen – che è una specie di copia di Piazza del Campo a Siena, segnerà sempre e indistintamente 18 gradi, quindi vi serviranno quei vestiti tattici da 18 gradi: magari al sole stai bene in maglietta, magari piove, magari si alza il vento, magari all’ombra ti viene lo squarau. Ecco com’è Copenhagen. Per darvi un’ulteriore idea, posso raccontarvi che il mio compagno di viaggio aveva un amico che da cinque anni vive là: lo abbiamo contattato per farci dare qualche dritta prima di volare. «È fredda e piena di vento, come sempre», ha commentato lapidario lui.

Adesso arriviamo al programma vero e proprio per i cinque (ricordo: cinque) giorni che trascorrerete in Danimarca.

Giorno 1 – Giovedì
Atterrando alle 8:35 del mattino ed essendovi svegliati (se va bene) alle 4, alle 10 sarete prossimi al coma vegetativo, avrete l’impressione che siano almeno le 3 del pomeriggio e avrete istinti suicidi. Ma andiamo in ordine: dall’aeroporto di Copenhagen basta fare un quarto d’ora di treno per arrivare alla stazione centrale della città, al prezzo di 36 corone (poco più di 7 corone equivalgono a un euro). L’ostello Urban House sarà a trenta secondi a piedi dalla stazione e, se in un primo momento questa potrebbe sembrarvi una location da evitare, smettete subito di pensare: posso garantirvi che mi ringrazierete, perché è un posto davvero strategico. Il fatto che non possiate accedere alla vostra stanza prima delle 3 vi farà incazzare non poco, perché sarete costretti a girovagare stanchi morti alle 9 e mezza del mattino, senza aver avuto il tempo di lavarvi la faccia e stilare un piano per la giornata. La prima idea che vi verrà sarà dunque quella di cercare un parco dove andare a stendervi per un paio d’ore e recuperare le forze perse nella notte quasi insonne e, istintivamente, vi dirigerete verso il parco che più parco non si può: il parco che si chiama Giardini Tivoli. Un parco che si chiama Giardini Tivoli non può che essere pieno di erba verdissima su cui sdraiarsi e abbioccarsi nel giro di un nanosecondo. Un parco che si chiama Giardini Tivoli, invece, non è altro che un Gardaland in miniatura ubicato al centro della città. L’ingresso costa 120 corone e non include alcuna giostra. L’ingresso con le giostre di corone ne costa 350 – 50 euro. Insomma: Tivoli il primo giorno sembra proprio un’idea di merda, quindi andate alla ricerca di un altro parco. A questo proposito vi consiglio di fare una passeggiata in quello che si chiama qualcosa come parco Orsted. Ha un ponticello, un piccolo laghetto ed è molto romantico (certo, i parchi da visitare davvero sono altri, come i Giardini Botanici, ma siamo ancora alla fase in cui siete in una nuova città e non avete ancora fatto la scaletta delle cose da vedere). Se a Copenhagen vi viene fame, se riuscite fatevela passare, altrimenti rifugiatevi un fast food a caso o comprate un hot dog a un baracchino – non osate entrare in un bar a meno che non abbiate in banca un conto con almeno ventordici zeri. E comunque gli hot dog per strada sono anche buoni – per una cicciamerda come me. Passate le 3, potrete finalmente andare a esplorare la vostra stanza d’ostello e vi assalirà un’incontrollabile voglia di sdraiarvi a letto. Dovrete fare tutto in reverenziale silenzio, perché i vostri compagni di stanza staranno beatamente dormendo: sì, alle 4 del pomeriggio e sì, succederà ogni giorno. Due sono le torri sulle quali, nel pomeriggio, varrà la pena salire: una si chiama Torre Rotonda e non ha scalini, ma si sale in salita (curiosità: si percorreranno 209 metri a piedi nonostante la torre sia alta solo 36 – ma vi garantisco che la vista dall’”alto” è molto piacevole) e l’altra è il campanile della chiesa del Nostro Redentore. Si tratta di un campanile secco vero, per metà i gradini sono collocati all’esterno e non ci giro intorno: a Copenhagen c’è sempre un vento folle, quindi vi cagherete in mano. Avrete paura che vi cada il telefono dalle mani tanto soffia forte, quindi non scatterete nessuna foto. Se sopravvivete, scendete dal campanile e andate a fare un giro a Christiania: si tratta di una zona che si è dichiarata indipendente da Cope, ci vivono mille persone che fumano canne tutto il giorno, quando non le fumano provano a vendertele e nel tempo libero vanno in skateboard fatti come scimmie. Nel piccolo villaggio tutti i colori sono sgargianti, ci sono murales e baracche e vi verrà voglia di lanciare un euro a quei disadattati. A Christiana vigono delle leggi a sé stanti e non si possono scattare foto: pare che qualche anno fa l’atmosfera fosse molto più figa, ma da quando hanno accoppato uno dentro, la fattanza da abbraccia-alberi s’è dovuta sedare un pochino. Chi vive a Copnhagen da cinque anni racconta che il creatore di Christiania abbia flashato quando ha voluto dare vita al mondo dei draghi cannaioli, per copiare Amsterdam. Per cena, in zona, c’è il mercato dello street food: costa poco, è buono, è pieno di giovani e c’è musica – vi ho convinti? Per tornare a casa non vi resta che imboccare un ponte che hanno costruito tre volte di fila, perché sbagliavano sempre qualcosa nei calcoli delle distanze, e poi percorrere il viale pedonale più lungo d’Europa, che si chiama Stroget ma ricorderete come Strozus.

Giorno 2 – Venerdì
I vostri compagni di stanza – e precisamente la vostra maledetta compagna di stanza coreana ossessionata da Spongebob, decideranno di svegliarsi alle 7 per fare la valigia (e, soprattutto, per poi non partire). Quindi vi sveglierete piuttosto presto e aspetterete che il vostro compagno di viaggio esca dalla doccia con l’idea che rovinerà completamente la vostra giornata: andare al parco dei cervi. A circa 17 km da Copenhagen, infatti, c’è un parco con più di 2000 esemplari di cervi liberi, e a un paio di chilometri dal parco, c’è una spiaggia con quattro campi da beachvolley. In ostello il noleggio delle bici costa 135 corone al giorno, ma di fronte al parco in cui, seguendo le mie indicazioni, sarete andati il primo giorno, troverete degli egiziani che ve le affitteranno per sole 80 corone, e così commetterete la cazzata di prenderle. Per raggiungere il parco dei cervi passerete davanti alla Sirenetta, che è piccola e anche abbastanza bruttina, ma fermatevi comunque: poi sarete felici di aver fatto almeno una sosta. La strada per il parco dei cervi, infatti, è dannatamente lunga e il vento danese che vi soffia in faccia come fosse bora, vi farà pentire di aver imparato a pedalare. Una volta arrivati al parco dei cervi, il vostro amico deciderà che non vuole pisciare dietro un albero, ma andare ai bagni che distano altri 6 km. Poi sì, poi i cervi li vedrete e sarete molto felici, ma la sola idea di dover tornare in bici a Copenhagen vi ucciderà. Però, dopo una pausa in spiaggia e con “Impiccheranno Geordie” nelle orecchie, vi rimetterete in sella, con il sedere ormai sfatto, un prolasso anale e un generale dolore ai quadricipiti che vi porterà quasi alle lacrime. A farvi piangere davvero ci penseranno tutti i semafori rossi che vi costringeranno ad alzare il culo dal sellino e patire le peggiori pene: dolori lancinanti alle chiappe. Rientrati a Cope, fermatevi a vedere i Giardini Botanici e quelli del castello di Rosenborg: sono uno di fronte all’altro ed è vietato andarci in bici, quindi sarà una scusa per tirare fuori il sellino che vi si sarà incastrato in mezzo alle natiche. Io il male al culo che avevo quel giorno dopo quasi 50 km non riesco nemmeno a descrivervelo, ma posso dirvi che il mio livello di stanchezza aveva toccato la risata isterica. Poi tornate in ostello, per l’amor del cielo, tornate in ostello a farvi una doccia e a mettervi a letto – pronti a recuperare le forze, perché è venerdì e si va a ballare. Dovete sapere che a Copenhagen i locali chiudono all’1, tranne quelli del distretto Meatpacking che rimangono aperti più a lungo – ed è lì che andrete! C’è Tommi’s, una catena islandese che fa hamburger molto buoni, e c’è Noho, un bar che dalle 10 inizia a mettere musica ballabile: è uno dei più eleganti della città e diciamo che se come posti pettinati avete in mente il Phi Beach di Porto Cervo, dovete decisamente ridimensionare i vostri standard. I drink costano un occhio della testa, ma sai che a fine serata ti aspetta un hot dog del baracchino, quindi la nottata ha un senso fin dall’inizio. La zona ha diversi locali: quando chiude uno ci si sposta in un altro – e generalmente il livello si abbassa a ogni migrazione. Il giusto trash, insomma. Inutile dire che l’ostello è a cinque minuti a piedi – perché se vi ho detto che la location è tattica, la location è tattica.







Giorno 3 – Sabato
E’ sabato e il vostro compagno di viaggio ha avuto la brillante idea di noleggiare le bici per due giorni consecutivi, così, col sedere ancora puzzle, vi rimettete in sella. Oggi esplorate la città: andate a vedere l’attrazione principale, cioè Nyhavn, il porto con le casette dai mille colori. È molto bello. Ed è circondato da baracchini di street food, con carne argentina da leccarsi i baffi. Poi andate alla volta di Kastellet, una fortezza costruita su un terreno con pianta a stella, andate a vedere la chiesa copia scadente di San Pietro, il palazzo reale, l’Opera House che se la vedono gli australiani cagano a spruzzo fino al duemilasempre, andate a vedere Castle Island e la biblioteca chiamata “Il diamante nero” e, infine, accomodatevi su un battello e fate il più turistico dei giri dei canali. Giargianata? Sì. Bello? Sì. Quindi fatelo. Io ho imparato molte cose: la mia guida, per esempio, ha raccontato che c’è un posto a Copenhagen dove la domenica fanno il brunch e (cito) se lo fanno bene, è buonissimo. Grazie per averlo specificato. Del resto io spesso mi impegno molto a fare bene piatti di pastasciutta con ingredienti a caso e poi vengono una merda, quindi almeno con loro hai la garanzia che quando lo fan bene, oh, è buono vero. Ma la vera bomba della giornata sarà un’altra: ai Giardini Tivoli ci sarà un festival anni ’90 e in concerto suoneranno, fra gli altri, gli Aqua, i Vengaboys e Haddaway. Adesso ditemi: cosa cazzo c’è di meglio? Niente. Cioè, sarebbe stato meglio andarci a stomaco pieno, ma eravamo in ritardo e non volevamo assolutamente perderci il concerto del secolo. “Barbie Girl”, “Doctor Jones”, “Boom boom boom”, “What is love”: troppe emozioni in una sera sola, troppe emozioni davanti a un popolo apatico. C’erano due persone che cantavano a squarciagola e ballavano come se fossero posseduti in mezzo alla folla: eravamo io e il mio amico. I danesi erano impassibili. Non cantavano, non ballavano, non saltavano, non vivevano. Sprecavano così il giorno più bello della loro vita. O forse loro si divertono a mangiare smorrebrod. Ah! Non ve l’ho detto: il piatto tipico danese si chiama smorrebrod ed è una fetta di pane condita. Una sola fetta di pane con sopra la qualunque. Una bruschetta. Piatto nazionale. Come cazzo fai a essere felice, in effetti? Vi caricherei volentieri i video di quella serata memorabile, ma purtroppo io e il mio amico cantavamo talmente forte che si sente solamente la nostra voce – e ne vado piuttosto fiera. Alla fine del concerto ci saranno anche i fuochi d’artificio, le giostre chiuderanno, così i vostri compagni di viaggio non potranno farvi crepare di paura sulle attrazioni mortali. Se la serata elegante si chiude con un hot dog, dopo quella anni ’90 è d’obbligo un kebab che poi sarà la vostra cena a mezzanotte e mezza. (Per la cronaca: il pelato degli Aqua tira ancora come un carro di buoi – cit.)



Giorno 4 – Domenica
Arrivati al quarto giorno, la stanchezza inizierà a farsi sentire, ma i vostri compagni di stanza continueranno a svegliarsi presto e, guarda caso, vi sveglierete presto anche voi. Prima che il vostro compagno di viaggio possa uscirsene con un’altra idea di merda, parlerete voi: 46 minuti, 12 euro, treno per Malmo, Svezia. 12 euro è un prezzo davvero inaspettato tenendo conto che siete in Danimarca, ma in effetti ci vogliono 46 minuti anche per fare Milano-Como e il biglietto ne costa 4,50. C’è da dire che il treno per Malmo ha le macchinette nelle carrozze e fa l’Oresund, uno dei ponti più fighi del mondo: prima va sotto il mare, poi sbuca su un’isola e poi raggiunge la Svezia, con una maestosa architettura. Rega: è bello vero. Insomma: la cosa più figa di Copenhagen è il ponte per Malmo. Malmo non è nulla di che. Di domenica è particolarmente morta e non ha attrazioni, se non un grattacielo che si chiama Turning Torso e che si gira su se stesso con un effetto migliore di quello milanese di Tre Torri, ma non ci si può salire. A Malmo c’è però un’enorme distesa verde che affaccia sul mare: è suggestiva e c’è un pontile che porta a un bar carino, con un terrazzo da cui ammirare il mare scuro e il ponte per Cope. A Malmo, se siete fortunati come lo sono stata io, beccherete un’avvincente partita di calcio, che sarà la cosa più interessante della città, insieme alla piazzetta Lilla Torg con le case a graticcio (numero di case a graticcio: due, ma sono belle lo stesso). Per la cena, mi dispiace, ma dovrete organizzarvi da soli, perché io sono andata a casa dell’italiano che aveva descritto Copenhagen come fredda e piena di vento, come sempre e che aveva raccontato del tizio di Christiania che aveva flashato. Ho mangiato una pizza molto poco buona, per essere fine. Ma io sono anche cagacazzo col cibo.
Curiosità: in Danimarca il peso dell’affitto è pari a più o meno il 30% dello stipendio – proprio come in Italia... In Danimarca le auto costano il triplo che in Italia: si tratta di una mossa del governo per scoraggiarne l’acquisto. Chi volesse fare il furbo e portarsela dall’Italia, sappia che può usarla senza ripercussioni per un anno, al termine del quale, però, dovrà pagare la differenza di costo fra il prezzo dell’auto in Italia e in Danimarca. Ma i danesi non sono furbi come sembrano: stanno ampliando la rete metropolitana e i cantieri sono tutti italiani. Pare che si possano sentire operai bestemmiare nella lingua più bella del mondo. E del resto: quando vuoi una metropolitana costruita bene e soprattutto in fretta, a chi ti affidi se non a noi italiani? Daje danesi, se siete furbi.





Giorno 5 – Lunedì
È arrivato l’ultimo giorno e non avete ancora visitato il parco in cui volevate entrare il primo, prima di scoprire che il solo respirare all’interno costava 120 corone. È arrivato l’ultimo giorno e di corone ne spendete 350 per andare su tutte le giostre: c’è addirittura un calcio in culo che mentre gira sale a centinaia di metri d’altezza. A Tivoli ci sono le montagne russe col giro della morte, c’è la ruota panoramica e la giostra dei cavalli. Poi ci sono delle macchinette blu che girano su se stesse: sembrano la versione maschile delle tazze, quelle che ti fanno salire lo sbratto facile. Quelle macchinine blu sono in realtà l’attrazione più bella del parco: girano fortissimo, ma non sempre nello stesso verso, cambiano all’improvviso dandoti delle sberle pazzesche. Saliteci almeno sei o sette volte. Trascorrerete diverse ore nel piccolo Gardaland nel centro di Copenhagen, e poi andrete con calma in aeroporto, pensando che sì, cinque giorni a Cope sono tanti, ma cazzo se voi li avete organizzati bene!



Lo so, altro che per un magazine online, avrei dovuto lavorare in un’agenzia turistica: la cultura con me incontra l’avventura e i concerti anni ’90 – cosa volete di meglio?

Next stop: Portogallo.


B.

domenica 23 luglio 2017

CIAO, CHESTER.




Giovedì 20 luglio era il ventinovesimo compleanno del mio migliore amico. Avevo appuntamento alle 20:30 con lui e un’altra decina di persone in un locale in Corso Sempione, per un aperitivo. Mi sono preparata, mi sono vestita, mi sono truccata, e come al solito mi sono resa conto di essere fuori luogo: mi ero agghindata come se stessi partecipando a un episodio della serie TV “Il mio grosso matrimonio Gipsy”. Dovevo correggere il tiro: per un banalissimo aperitivo un body svolazzante verde brillantinato era forse un tantino eccessivo. Ho pensato allora di non mettermi le lenti a contatto ma uscire con i miei fondi di bottiglia con la montatura tonda e di smorzare l’audacia dell’outfit con un berretto: un berretto rosso mattone, un berretto dei Linkin Park, con la visiera rigida portata rigorosamente dietro. Da “Il mio grosso matrimonio Gipsy” ero pronta per sbarcare su “Ma come ti vesti?”. Ma io mi sentivo estremamente figa: avevo su un’accozzaglia di accessori a caso che mi rendevano unica – ecco la verità. Così alle 20:12 sono uscita di casa, pronta a raggiungere l’Arco della Pace sfrecciando sul mio motorino.

Credo fossero le 21 quando un “Nooo!” è esploso al mio tavolo. Alzo gli occhi per guardare l’amico che fissava con gli occhi sgranati l’iPhone che stringeva fra le mani.

Mi guarda.

“Bea, mi sa che abbiamo visto l’ultimo concerto dei Linkin Park. Chester Bennington si è suicidato.”


Un mese e tre giorni prima io e lui eravamo andati insieme a Monza, all’ultimo concerto in Italia dei Linkin Park, eravamo fra gli ottantamila che, completamente disidratati, urlavano che in the end, it doesn’t even matter. Non sapevamo che quella end era più vicina del previsto e che un po’, in fondo, it does matter.

“Si è impiccato. Aveva sei figli.” Aggiunge.

Mi faccio passare la mia borsa che avevo stipato in un angolo: ne parlavano tutti, il Corriere, la BBC, avevano già aggiornato pure Wikipedia. Mi scrive un altro mio amico, io ne contatto altri tre. Mio fratello piccolo, il fan numero uno dei Linkin Park, è incredulo:

“Chiunque può modificare le voci su Wikipedia”, abbozza. “Io piango”.

Poco dopo, però, è arrivata la conferma di Mike Shinoda: “Shocked and heartbroken, but it's true.  An official statement will come out as soon as we have one.”

It’s true – è vero.

Ci sono rimasta male.

Il 17 giugno sono partita alle 12:45 da casa: alle 21 all’Autodromo di Monza i Linkin Park sarebbero saliti sul palco. Eravamo in quattro in una Panda color cappuccino: io, mio fratello piccolo e due dei miei più cari amici. Eravamo carichi, non vedevamo l’ora di assistere ai live dei Sum 41 e dei Blink-182 e sì, poi ci saremmo goduti anche i Linkin Park. Ma l’eccitazione, forse, era più per le prime due band – lo ammetto.

“Quanto sarà fatto Deryck Whibley?” Provavamo a scommettere mentre cuocevamo sotto il sole bollente di metà giugno.

“Ma All The Small Things sarà la stessa cosa senza Tom DeLonge?” Ci chiedevamo nemmeno troppo ironicamente.

“Tu quante canzoni dei Sum conosci? Secondo me suonano la loro famosissima hit We Will Rock You!” Scherzavamo quando ormai gli oltre 35 gradi di quel giorno ci avevamo bruciato anche gli ultimi neuroni.

Volete sapere una cosa? Innanzitutto, i Sum We Will Rock You l’hanno fatta davvero e noi quattro l’abbiamo intonata con la stessa dedizione con cui le vecchiette in chiesa la domenica cantano l’Osanna. Ma, soprattutto, sì: i Sum 41 hanno spaccato, il cantante non era fatto come una scimmia come ci aspettavamo (o forse speravamo), era dimagrito, era fighissimo e continuava a gridarci che eravamo dei motherfuckers – figli di puttana; i Blink-182 invece non hanno entusiasmato nessuno, non ci hanno fatto pensare che volessimo che quelle due ore durassero forever, forever and ever; i Linkin Park hanno lasciato tutti muti.

Non avevamo parole. Non sapevamo ancora che avevamo appena assistito al loro ultimo concerto in Italia, quello che sapevamo, però, era che eravamo stati gli spettatori estasiati di un live strepitoso. Io per prima, lo ammetto, non me lo aspettavo. Non so perché: forse pensavo che dal vivo la voce di Chester non reggesse come quando l’ascolto su YouTube (e invece era semplicemente incredibile, forse ancora meglio live), forse pensavo che si sarebbero concentrati soprattutto sull’ultimo album “One More Light” e avrebbero lasciato noi amanti dei Linkin Park di ormai quindici anni fa a bocca asciutta.

Mi sbagliavo. E devo imparare a smetterla di pensare.

Potrei trascrivervi la scaletta del concerto, potrei dirvi che tutta Monza saltava impazzita, che le mani di ottantamila persone sono state per due ore e mezza alzate in aria: quando Mike gridava di tirare su un pugno, non c’era una singola persona che non stesse prendendo a cazzotti il cielo. Perché l’urlo “I’ve become so numb” è stato il motto, quasi la preghiera di un’intera generazione. Quella è stata la canzone preferita di chiunque a un certo punto nella vita – e non osate dire il contrario.

Quello che vorrei descrivervi (ma è impossibile), invece, è lo sguardo che ci siamo scambiati io, mio fratello piccolo e il mio amico Bob quando le luci si sono spente e sull’Autodromo è calato il silenzio. Di voce non ne avevamo più, ce n’era rimasta solo una punta, con cui ci siamo sussurrati: “Wow”, con gli occhi che brillavano, con gli occhi felici.

Leggendo le mie righe potrebbe sembrare che io sia da vent’anni una fan sfegatata dei Linkin Park. No. Il mio gruppo preferito è un altro, ma i Linkin Park li ho sempre ascoltati, non ho mai mandato avanti una loro canzone nella riproduzione casuale dell’iPod, ma non avrei mai fatto come mio fratello piccolo che due anni fa è andato fino a Roma per sentirli dal vivo. Ho sempre pensato che i Linkin Park spaccassero di brutto, ecco, ma non erano nella mia Top 3 musicale. Nella Top 5 sì, probabilmente. Scoprire che Chester Bennington s’era impiccato, però, m’ha lasciato di stucco, lo ammetto: perché, tutto sommato, come ho appena detto, spaccava di brutto e non posso negare che In The End sia una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi (scontata? Che ci volete fare).

Ascoltavo i Linkin Park quando ero alle medie e studiavo francese, quando, insomma, l’inglese manco lo capivo. Ma quel mix di rock, hip-hop, elettronica e pop che si trovava solo in “Hybrid Theory” aveva qualcosa di magnetico anche per una ignorante di musica come me, che nemmeno poteva capire i testi. Ed erano tantissimi quelli come me che, pur senza chissà che orecchio, amavano i Linkin Park: a scuola, siamo onesti, piacevano a tutti. Poi, nel 2004, è arrivata la collaborazione con Jay-Z – e non poteva che funzionare. I Linkin Park sono diventati un gruppo per cui i giovani non avrebbero pensato due volte a spendere centinaia di euro e mettersi in viaggio verso altre città: l’energia di Chester sul palco, l’empatia del pubblico in piedi sono cose che io avrei scoperto solo tanti anni dopo, ma in fondo mi basta poter dire che, almeno una volta, io c’ero.

Nelle canzoni dei Linkin Park c’è tormento: sono la colonna sonora della frustrazione, dell’incazzatura e, inevitabilmente, della depressione. Quella depressione che ha portato il caro Chester a sedersi, guardare una corda e pensare di farne un cappio. Qual era la differenza fra il grido di rabbia dei Linkin Park con quello di altre band che ascolto? In realtà, ve l’ho già detto: quello dei Linkin Park è un grido, non un pianto. Chester Bennington non si lamentava, Chester Bennington ruggiva. Sul palco non era aggressivo né minaccioso, era semplicemente (e quindi più fantasticamente) incazzato nero. Era piccolo, magrolino, fragile, non aveva i capelli lunghi come la maggior parte dei colleghi e si mostrava spesso con gli occhiali: Chester Bennington non era la classica figura del frontman rock che odiava il mondo, era angosciato, deluso e solo in modo (purtroppo) sincero e genuino – e ne ha sempre parlato apertamente. E i suoi testi, quindi, erano perfetti per noi adolescenti musoni.

Io avevo solo dieci anni quando Chester Bennington dichiarò ai giornalisti del Rolling Stone che lui per primo non si sopporta quando si piange addosso e scrive canzoni come Crawling: è una trappola, è la trappola del povero me. Ma c’è qualcosa che Crawling ci ha insegnato: spesso la colpa è nostra. Ci avete mai fatto caso? Non dice mai you – tu, in quella canzone. E' tutto un I – io. 

E poi Chester platino era Chester platino (con tanto di piercing al labbro inferiore).

Ciao Chester, noi continueremo a essere incazzati, e non dimenticheremo mai che “sometimes goodbye’s the only way”.

PS: Grazie Chester per avermi fatto capire che si può essere fighi anche con gli occhiali da vista.


B.

domenica 2 luglio 2017

VIAGGIO DA SOLA MA NON SONO ASOCIALE

Ma possibile che tu non abbia nemmeno un amico con cui andare?” Commenta sempre mia madre quando le dico che ho prenotato l’ennesimo viaggio da sola.



No, non ce l’ho un amico con cui andare, o meglio: non ce l’ho un amico che io voglia portare con me. Di amici ne ho: tanti o pochi che siano, di più o meno lunga data, speciali o di facciata. E non dovete leggere queste mie parole come una dichiarazione di snobismo. Mi dispiacerebbe.
Siamo sinceri: quanti viaggi avete fatto con gli amici e quante volte avete pensato “Ma che due coglioni ‘sto qui al mattino sta al cesso mezz’ora e alla sera dopo cena è sempre stanco, mentre io anche dopo aver camminato 20 km ho voglia di andare a bermi una pinta”? Io tante, troppe. Ho amiche con cui mi diverto, con cui esco, rido e trallallero trallallà ma mannaggia a voi se mi obbligate a prendere un altro aereo con loro! Non prenderei manco la metro per Rho Fiera, sono troppe fermate.
Mi piace trovare compagni di viaggio con cui mi trovo bene al 101%, mi piace viaggiare, mi piace tanto viaggiare e non ho intenzione di rovinare un momento di genuina gioia a causa della sbagliata compagnia. Do una possibilità a tutti: se mi chiedete di prendere un treno domani mattina alle 6 con voi, alle 5:50 sarò in stazione Centrale. Ma se non dovessi trovarmi bene, perché riprovare?
“E quindi in 24 anni non hai trovato nessuno con cui ti piace viaggiare?” Ribatte mia madre.
Eccome se l’ho trovato. Una vive a Londra, una vive a Modena, uno vive a Stoke. Con l’ultimo non mi pare il caso di riprovare a organizzare, con le altre due non è semplice. Ma mamma, non ti preoccupare, ad agosto do un’occasione a qualcun altro.
Ma il problema non è solamente avere piacere a viaggiare con qualcuno: io da quasi un anno ormai apro l’app Kayak, scopro quale destinazione costa di meno e prenoto, fregandomene di tutto. Voglio dire, mamma, sai che sguardi ho ricevuto dalle mie amiche quando ho detto che avevo prenotato un volo per la Bulgaria? E, o mio dio, che non avrei dormito in un hotel?
“Ah, wow, che coraggio. Ti stimo, Bea. Io non lo farei mai.”
Come sarei riuscita a trascinarle con me a Sofia e a fare trekking sui Balcani? Dicendo che la sera si usciva con i ragazzi conosciuti a colazione in ostello e il mattino dopo ci si svegliava alle 6 per farsi tre ore di bus?!





Non sono uno spirito libero, non sono una nomade col fuoco negli occhi, non vivo la vita alla spera in Dio, non vivo alla giornata né sono una guerriera indomabile. Mi piacerebbe avere anche solo una di queste sfumature caratteriali, ma invece sono solo una gran rompicoglioni: e se con te non mi va di viaggiare, io manco ti invito. Io viaggio da sola.
Metto nello zaino una borraccia piena d’acqua del rubinetto e cammino, cammino, cammino fino a quel parco da cui mi hanno detto si vede un tramonto mozzafiato. Mi siedo su una panchina, mi guardo intorno e non ho un fidanzato accanto a me, non ho un amico, eppure cazzo, che figata.



Che poi, pensate che sia mai stata davvero sempre sola durante i miei viaggi? Sono salita per la prima volta da sola su un aereo quando avevo 16 anni, non parlavo mezza parola di inglese e sono tornata a casa con una marea di amici. Sono salita l’ultima volta da sola su un aereo quando di anni ne avevo 24 e sono tornata a casa sapendo quanto guadagna uno specializzando in un ospedale rumeno – così, a caso. Incontrare persone nuove voglio che sia per me qualcosa di quotidiano: do il benvenuto a tutti, ai tipi strani, ai tipi meravigliosi e ai tipi cagacazzo. Poi do il giusto peso a chi voglio che resti.
Sapete qual è la cosa più bella del viaggiare da soli? Arrivare in una città nuova e iniziare a camminare, mettendo a tacere i pensieri e lasciandosi guidare dall’unico desiderio di metterci il più lungo tempo possibile per arrivare a destinazione. I volti della gente per le strade sono tutti così diversi, e gridano in silenzio una dose infinita di storie differenti. Riesci ad ascoltarle solamente se passeggi da solo.
Su quanti Paesi abbiamo dei pregiudizi?
Appena sono scesa dal bus che dall’aeroporto di Sofia mi ha portata al centro città, mi sono persa. Ho sbagliato strada al primo incrocio. E ho scoperto che tutto quello che avevo letto sui bulgari su internet la sera prima di partire era una cretinata atomica. Però provate a chiudere gli occhi e immaginate un volto bulgaro: come lo state dipingendo? Imbronciato e cattivo, vero? Lo so. I voli per Sofia costano 19 euro, lo sapete?
Viaggiare da sola, però, mi ha rovinata: se mi dite che a voi ad agosto piace andare sempre nello stesso posto, a me prima crescono, e poi cadono i coglioni. Non dico che dobbiate scalare il K2, andare sempre in giro con una Reflex e fare yoga ogni mattino alle 5, ma amici: quanti anni abbiamo? Abbiamo pochi soldi, lo so anche io (ho usato 14 calcolatrici prima di prenotare i voli per l’estate), ma perché spendere 8,50 euro per andare al cinema a Milano e non 10 per una notte in ostello a Bucharest? Sì: alcuni ostelli costano davvero così poco (e i cinema davvero così tanto).
Viaggiare da sola mi ha insegnato ad amare il silenzio. Anzi, ho esagerato. Non direi che lo amo, ma lo apprezzo tantissimo. Lo preferisco a tantissime conversazioni che ho ogni settimana con persone che conosco. Possiamo stare seduti davanti a una birra senza dirci niente: un argomento interessante verrà in mente prima o poi a uno dei due, ma ti prego: non venirmi a raccontare di quanto sudi a luglio perché anche se non ho un termometro nel culo, anche io mi accorgo delle alte temperature.
Viaggiando da sola ho aperto il mio cuore a completi sconosciuti: ho raccontato i miei sogni e fatto luce sulle mie aspirazioni, non ho celato le mie paure e ho lasciato che i miei occhi brillassero da soli quando parlo delle mie passioni. Il più delle volte, quando viaggio da sola e conosco qualcuno di nuovo, parlo con me stessa più che con lui. Sapete quante cose ho scoperto su di me in 14 ore di bus notturno? Innanzitutto ho scoperto che, ogni tanto, ho bisogno di un po’ di tempo solo per me. Senza il 3G, senza il pc, anche senza le mie canzoni preferite, ma con il solo sottofondo di una lingua che non conosco.
Viaggiando da sola ho capito che non sono asociale. Lo avete pensato tutti di me, tutti. E questo ha portato anche me a pensarlo. Perché prima di aprirmi, sto in silenzio per giorni. Posso passare intere serate senza dire una parola. Se mi presentate un nuovo gruppo di amici, non andrò oltre il pronunciare il mio nome. Perché, in fondo, sono introversa. E quindi adesso mi è difficile spiegarvi come poi, quando viaggio da sola, mi trovo a mangiare patatine fritte ai mercatini di Natale di chissà quale città dell’Est Europa con una coppia tedesca e a mangiare pizza con pollo e mais alle 5 del mattino con i compagni d’ostello. Si crea un legame chimico. E nel dubbio mangio sempre.






Viaggiando da sola ho capito che detesto gli hotel, perché sono noiosi perché hanno le lenzuola e le federe bianche, e mi sono arresa al fatto che non mi importa quanto un Paese sia inculato o sconosciuto: se non ci sono mai stata, voglio andarci. Perché se davvero fa schifo, voglio scoprirlo io. Così come ho scoperto che chi si siede a un tavolo da solo in un ristorante non è uno sfigato: è uno che probabilmente ha vissuto cento volte più di noi che siamo lì con sette amici a fare attenzione a cosa possiamo e non possiamo dire perché quella s’è appena mollata con quello e allora non si può dire che né che e allora andate a quel paese.
Non viaggio da sola solo per vedere nuovi posti, nuove città, nuovi paesaggi: viaggio da sola per avere nuovi occhi – parafrasando quello che diceva Proust.
Non viaggio da sola perché non ho nessuno con cui andare, viaggio da sola perché fra tutti gli amici, ho scelto quelli che non ho ancora incontrato.
Prossime destinazioni in solitaria già prenotate:
28 luglio: Lussemburgo
1° settembre: Portogallo
E sapete cosa mi spaventa di più? Il 17 agosto, quando parto per la Danimarca con un amico: andrà tutto bene?
E voi quando la smettete di andare a sguazzare nel piscio dell’Adriatico e prendete un Ryanair da soli? 3 giorni, solo 3 giorni: ve li organizzo io. Non si deve viaggiare sempre e solo da soli, ma tutti dovrebbero provare. E se pensate che vi annoierete: beh, forse un quarto d’ora al giorno sì, succederà. Ma io a casa mi annoio 25 ore al giorno, come la mettiamo?

B.

giovedì 9 marzo 2017

FAR SERATA: GLI STEP VERSO L'INVECCHIAMENTO DELL'ANIMA

Ho cambiato il font del blog e spero riusciate a visualizzarlo correttamente da qualsiasi dispositivo stiate usando, perché ne ho scelto uno particolarmente da ritardata e ci tengo che tutti possano notarlo. Del resto, questo blog deve essere il più possibile a mia immagine e somiglianza.

Ho 24 anni e mi sono accorta che sto invecchiando. Che bell’attacco di merda, eh? Sì. Ma non sto scherzando, sono tragicamente seria. Da un anno e mezzo ormai ho smesso di ascoltare (gran parte, non tutta) la mia musica da quindicenne e ho iniziato a cercare su YouTube gruppi poco noti che ascolto e canto da sola, perché nessuno dei miei amici ne conosce le canzoni. Sono andata da sola al concerto dei Biffy Clyro e mi sono divertita più di quando a diciannove anni andavo al Le Banque con le mie amiche. E così arriviamo al secondo punto della mia presa di coscienza dell’imminente invecchiamento dell’animo.

Biffy Clyro, Fabrique, 2 febbraio 2017


Negli ultimi due mesi sono andata a ballare due volte (c’è anche da dire che a gennaio e febbraio ci sono gli esami, quindi non è che proprio tutti i sabati sera io fossi nel mood di fare le 5). Comunque, dicevo che sono andata a ballare solo due volte e mi sono sembrate più che sufficienti. Sono andata a ballare due volte e in entrambe le occasioni ero con soli uomini e non avrei potuto chiedere di meglio.

Ma facciamo un passo indietro: durante i primi due anni di Triennale andavo in discoteca quasi ogni settimana – che fosse il giovedì, il venerdì o il sabato, ma sempre e solo rigorosamente con le mie amiche. Il terzo anno, poi, sono andata in Australia, e andavo a ballare ogni singola sera: sì, avete letto bene, festa nel flat o sul rooftop e poi si esce, altrimenti la sicurezza ci caccia. Poi la vita ha voluto punirmi facendomi rimpatriare, ma ho avuto lo stesso un anno scatenato perché avevo amici vari che dovevano rimorchiarsi a vicenda e io non potevo perdermi assolutamente i limoni segreti. Ed ecco che ho iniziato a invecchiare.


Coco Chanel Ball, Sydney, 26 maggio 2014


Quando ho dato l’ultimo esame della sessione invernale avrei tanto voluto festeggiare andando a dormire alle 21, eppure sono stata trascinata nel privé del The Club. 

Adesso: non so da quanto voi non andiate a ballare il sabato sera, ma fatemi una promessa. Non fatelo mai più. A meno che non decidiate di andare all’Alcatraz – perché all’Alcatraz ci si diverte sempre. Io invece ho avuto la brillante idea di andare in uno di quei locali che quando ero liceale io, avevano la fama di essere in. Cosa vuol dire? Vuol dire che gli uomini per entrare dovevano avere la camicia e le donne i tacchi. Quella sera i maschi avevano magliette bianche e le femmine stivaletti-carro armato con fibbie d’oro.

La prima deficiente in quella discoteca ero io, però: avevo le scarpe da ginnastica e a 24 anni mi sentivo estremamente fuori luogo. Ero circondata da diciottenni illegalmente fighe e altrettanto volgari. A guardarle in faccia potevano sembrare loro le universitarie, tanto erano truccate. E io ovviamente sembravo una ritardata – ma questa non è una novità. Non avrei mai rimorchiato nessuno in quel locale se loro erano le mie rivali: io sembravo una bambola dell’Unicef e loro le Bratz, cazzo.

Ma prima di provare a buttar giù una scaletta delle tappe del divertimento alle feste in base all’età, voglio dirvi una cosa, care top model di Trezzano sul Naviglio: è vero, noi eravamo molto ma molto meno fighe di voi. Ma almeno quando andavamo a ballare non ci facevamo i tipi con i risvoltini e le sopracciglia ad ali di gabbiano. Quindi portateci rispetto.

18 anni
L’unica cosa che vuoi fare è uscire. Vuoi conoscere gente più grande perché credi che loro sì che sanno divertirsi davvero. Vuoi bere anche l’acetone perché tanto sei ancora un pivello e ti bastano un paio di ore per riprenderti dall’hangover. Ordini invisibili al barista della discoteca e la maturità ti fa più paura degli ingredienti letali di quel drink a base di benzina e urina di buttafuori.

19-21 anni
Ormai hai una laurea in feste. Hai iniziato l’università e non devi più aspettare il weekend per far baldoria. Puoi saltare le lezioni e far serata anche il mercoledì. Perché sì. Perché al primo anno, sei ancora al primo anno. Al secondo anno, hai iniziato a conoscere i posti migliori. Al terzo anno ormai hai capito che andrai fuori corso e allora dov’è la serata top il martedì? Con i drink inizi a regolarti, hai abbandonato i beveroni da vomito con Red Bull e scroto di topo tritato e inizi a orientarti verso dei grandi classici. Il gin tonic, per esempio. Ma non hai ancora capito che quello che bevi in discoteca è sempre (come sopra) benzina e urina di buttafuori. La tua più grande preoccupazione è che tutto il tuo gruppo di amici sia ubriaco al punto giusto, perché un bicchiere in più è come un paio di Nike: non è che senza quello tu non ti diverta, ma aiuta. Così come saresti in grado di correre anche senza le Nike, ma anche loro aiutano. Voi ci andreste al parco a piedi nudi? Meglio non rischiare.

22 anni
La mia mentore Britney Spears direbbe “You’re not a girl, not yet a woman”.  Le persone con cui esci sono sempre di più, mischi i compagni del liceo con quelli dell’uni e la gente inizia a starti sul cazzo. E questo è un punto di non ritorno. Cominci a odiare le persone, ed è quando capisci che non bisogna per forza bere per divertirsi. Stai maturando, finalmente. Bisogna bere per sopportare gli altri.

23-24 anni
Ormai hai il tuo cocktail preferito. Sai come si fa e lo vuoi fatto bene. E in discoteca lo fanno proprio di merda. Ordini un gin tonic e ti cadono gli incisivi superiori. Eppure la settimana prima lo avevi ordinato in quel bar carino, lo avevi pagato anche solo 8 euro e non 10 e non ti aveva corroso l’esofago. Forse non reggo più bene l’alcol? Non pensarlo mai. La verità è che stai piano piano scoprendo che in discoteca servono benzina e urina di buttafuori. Ti piace comunque parecchio uscire con gli amici e ubriacarti, ma perché non farlo in un pub dove perlomeno non mettono suoni a caso ma canzoni vere? Stai invecchiando, amico, eccome se lo stai facendo. Limoni un po’ tutti perché sai che comunque non hai più vent’anni e prima o poi speri che la Vita ti mandi una relazione seria, quindi meglio divertirsi un po’ nel mentre.

25 anni
È ufficialmente crisi. Un quarto di secolo: porca troia, raga, sono vergognosamente vecchia. Cioè, posso ancora uscire e divertirmi, ma chi rimorchio? I diciassettenni? Cominci a prendere sempre e solo lo stesso drink, perché non hai più nemmeno il coraggio di osare. Cominci ad appassionarti ai liquori, e sbagli i nomi dei tuoi amici: sei diventata tua nonna. No, scherzo, non siamo ancora a questo punto ma poco ci manca. In passato pensavi che a 25 anni avresti avuto una storia meravigliosa con qualcuno follemente innamorato di te, invece sei solo come un cane e quindi cominci a rimandare le aspettative ai 30. Hai più gruppi su WhatsApp che amici veri e, nonostante tu sia consapevole della ghigliottina della vecchiaia che pende sulla tua testa, speri ancora che qualche tuo amico tiri fuori una serata divertente dal cilindro. Nessuno lo fa, così ti lanci tu. Proponi una serata ignorante (è da tanto che non ne fate una insieme!) ma uno ha appena comprato la macchina e non ha soldi, l’altro ha un appuntamento per visionare una casa da affittare con la sua fidanzata e poi arriva lo stronzo che propone la cena in casa con pizza del kebabbaro ed ecco che tutti si liberano. I tuoi amici sono invecchiati prima di te, hanno un fidanzato e tu cominci a capire che morirai sola. Così cerchi qualcuno con cui morire sola in compagnia. Vi sembra questo un ossimoro? No, ragazzi, è uno stile di vita, è il mio: morire da soli, ma con qualcuno solo come te accanto. Non necessariamente 1+1 fa sempre 2, magari fa 1 e 1. A 25 anni tutti intorno a te iniziano a fantasticare sul futuro e a invitarti a cene dove hanno preparato merde poco caloriche fatte in casa, ma tu sei sì vecchio, ma non così tanto e l’hummus non lo mangi nemmeno se te lo cucina Cracco. Tu sull’hummus ci caghi. Per convincerti che sei ancora giovane apri Facebook: non ci sono più foto di cocktail ma mazzi di chiavi dei tuoi compagni delle elementari che sono andati a convivere. Chiudi i social e ti rannicchi ai piedi del letto: sono loro che hanno accelerato i tempi o tu che sei spaventosamente in ritardo? Nel dubbio sei solo, e quella è una certezza, una conferma. Provi a proporre una serata ai tuoi amici per riprenderti ma ti infili nuovamente nel circolo vizioso di cui sopra. Ah, dimenticavo: l’hangover inizia a durare una giornata intera.

Sugli anni a venire, vi saprò dire in futuro. Non ho ancora compiuto 25 anni ma so già come andrà, ho preferito prepararmi psicologicamente.

Io ho scoperto che sui Navigli fanno il drink più buono del mondo: Disaronno e Passito. E confermo la mia età, vicino al pensionamento dai locali. Ma vi prometto una cosa: io non diventerò mai così vecchia da ordinare un analcolico alla frutta “perché stasera ho solo sete”.

B.


PS: Andare a ballare con soli maschi è stato meraviglioso. Mi sono divertita da matti. Soprattutto perché quella sera all’Alcatraz, quella con le tette più grosse del gruppo ero io.

Zarro Night, Alcatraz, 28 gennaio 2017