giovedì 9 marzo 2017

FAR SERATA: GLI STEP VERSO L'INVECCHIAMENTO DELL'ANIMA

Ho cambiato il font del blog e spero riusciate a visualizzarlo correttamente da qualsiasi dispositivo stiate usando, perché ne ho scelto uno particolarmente da ritardata e ci tengo che tutti possano notarlo. Del resto, questo blog deve essere il più possibile a mia immagine e somiglianza.

Ho 24 anni e mi sono accorta che sto invecchiando. Che bell’attacco di merda, eh? Sì. Ma non sto scherzando, sono tragicamente seria. Da un anno e mezzo ormai ho smesso di ascoltare (gran parte, non tutta) la mia musica da quindicenne e ho iniziato a cercare su YouTube gruppi poco noti che ascolto e canto da sola, perché nessuno dei miei amici ne conosce le canzoni. Sono andata da sola al concerto dei Biffy Clyro e mi sono divertita più di quando a diciannove anni andavo al Le Banque con le mie amiche. E così arriviamo al secondo punto della mia presa di coscienza dell’imminente invecchiamento dell’animo.

Biffy Clyro, Fabrique, 2 febbraio 2017


Negli ultimi due mesi sono andata a ballare due volte (c’è anche da dire che a gennaio e febbraio ci sono gli esami, quindi non è che proprio tutti i sabati sera io fossi nel mood di fare le 5). Comunque, dicevo che sono andata a ballare solo due volte e mi sono sembrate più che sufficienti. Sono andata a ballare due volte e in entrambe le occasioni ero con soli uomini e non avrei potuto chiedere di meglio.

Ma facciamo un passo indietro: durante i primi due anni di Triennale andavo in discoteca quasi ogni settimana – che fosse il giovedì, il venerdì o il sabato, ma sempre e solo rigorosamente con le mie amiche. Il terzo anno, poi, sono andata in Australia, e andavo a ballare ogni singola sera: sì, avete letto bene, festa nel flat o sul rooftop e poi si esce, altrimenti la sicurezza ci caccia. Poi la vita ha voluto punirmi facendomi rimpatriare, ma ho avuto lo stesso un anno scatenato perché avevo amici vari che dovevano rimorchiarsi a vicenda e io non potevo perdermi assolutamente i limoni segreti. Ed ecco che ho iniziato a invecchiare.


Coco Chanel Ball, Sydney, 26 maggio 2014


Quando ho dato l’ultimo esame della sessione invernale avrei tanto voluto festeggiare andando a dormire alle 21, eppure sono stata trascinata nel privé del The Club. 

Adesso: non so da quanto voi non andiate a ballare il sabato sera, ma fatemi una promessa. Non fatelo mai più. A meno che non decidiate di andare all’Alcatraz – perché all’Alcatraz ci si diverte sempre. Io invece ho avuto la brillante idea di andare in uno di quei locali che quando ero liceale io, avevano la fama di essere in. Cosa vuol dire? Vuol dire che gli uomini per entrare dovevano avere la camicia e le donne i tacchi. Quella sera i maschi avevano magliette bianche e le femmine stivaletti-carro armato con fibbie d’oro.

La prima deficiente in quella discoteca ero io, però: avevo le scarpe da ginnastica e a 24 anni mi sentivo estremamente fuori luogo. Ero circondata da diciottenni illegalmente fighe e altrettanto volgari. A guardarle in faccia potevano sembrare loro le universitarie, tanto erano truccate. E io ovviamente sembravo una ritardata – ma questa non è una novità. Non avrei mai rimorchiato nessuno in quel locale se loro erano le mie rivali: io sembravo una bambola dell’Unicef e loro le Bratz, cazzo.

Ma prima di provare a buttar giù una scaletta delle tappe del divertimento alle feste in base all’età, voglio dirvi una cosa, care top model di Trezzano sul Naviglio: è vero, noi eravamo molto ma molto meno fighe di voi. Ma almeno quando andavamo a ballare non ci facevamo i tipi con i risvoltini e le sopracciglia ad ali di gabbiano. Quindi portateci rispetto.

18 anni
L’unica cosa che vuoi fare è uscire. Vuoi conoscere gente più grande perché credi che loro sì che sanno divertirsi davvero. Vuoi bere anche l’acetone perché tanto sei ancora un pivello e ti bastano un paio di ore per riprenderti dall’hangover. Ordini invisibili al barista della discoteca e la maturità ti fa più paura degli ingredienti letali di quel drink a base di benzina e urina di buttafuori.

19-21 anni
Ormai hai una laurea in feste. Hai iniziato l’università e non devi più aspettare il weekend per far baldoria. Puoi saltare le lezioni e far serata anche il mercoledì. Perché sì. Perché al primo anno, sei ancora al primo anno. Al secondo anno, hai iniziato a conoscere i posti migliori. Al terzo anno ormai hai capito che andrai fuori corso e allora dov’è la serata top il martedì? Con i drink inizi a regolarti, hai abbandonato i beveroni da vomito con Red Bull e scroto di topo tritato e inizi a orientarti verso dei grandi classici. Il gin tonic, per esempio. Ma non hai ancora capito che quello che bevi in discoteca è sempre (come sopra) benzina e urina di buttafuori. La tua più grande preoccupazione è che tutto il tuo gruppo di amici sia ubriaco al punto giusto, perché un bicchiere in più è come un paio di Nike: non è che senza quello tu non ti diverta, ma aiuta. Così come saresti in grado di correre anche senza le Nike, ma anche loro aiutano. Voi ci andreste al parco a piedi nudi? Meglio non rischiare.

22 anni
La mia mentore Britney Spears direbbe “You’re not a girl, not yet a woman”.  Le persone con cui esci sono sempre di più, mischi i compagni del liceo con quelli dell’uni e la gente inizia a starti sul cazzo. E questo è un punto di non ritorno. Cominci a odiare le persone, ed è quando capisci che non bisogna per forza bere per divertirsi. Stai maturando, finalmente. Bisogna bere per sopportare gli altri.

23-24 anni
Ormai hai il tuo cocktail preferito. Sai come si fa e lo vuoi fatto bene. E in discoteca lo fanno proprio di merda. Ordini un gin tonic e ti cadono gli incisivi superiori. Eppure la settimana prima lo avevi ordinato in quel bar carino, lo avevi pagato anche solo 8 euro e non 10 e non ti aveva corroso l’esofago. Forse non reggo più bene l’alcol? Non pensarlo mai. La verità è che stai piano piano scoprendo che in discoteca servono benzina e urina di buttafuori. Ti piace comunque parecchio uscire con gli amici e ubriacarti, ma perché non farlo in un pub dove perlomeno non mettono suoni a caso ma canzoni vere? Stai invecchiando, amico, eccome se lo stai facendo. Limoni un po’ tutti perché sai che comunque non hai più vent’anni e prima o poi speri che la Vita ti mandi una relazione seria, quindi meglio divertirsi un po’ nel mentre.

25 anni
È ufficialmente crisi. Un quarto di secolo: porca troia, raga, sono vergognosamente vecchia. Cioè, posso ancora uscire e divertirmi, ma chi rimorchio? I diciassettenni? Cominci a prendere sempre e solo lo stesso drink, perché non hai più nemmeno il coraggio di osare. Cominci ad appassionarti ai liquori, e sbagli i nomi dei tuoi amici: sei diventata tua nonna. No, scherzo, non siamo ancora a questo punto ma poco ci manca. In passato pensavi che a 25 anni avresti avuto una storia meravigliosa con qualcuno follemente innamorato di te, invece sei solo come un cane e quindi cominci a rimandare le aspettative ai 30. Hai più gruppi su WhatsApp che amici veri e, nonostante tu sia consapevole della ghigliottina della vecchiaia che pende sulla tua testa, speri ancora che qualche tuo amico tiri fuori una serata divertente dal cilindro. Nessuno lo fa, così ti lanci tu. Proponi una serata ignorante (è da tanto che non ne fate una insieme!) ma uno ha appena comprato la macchina e non ha soldi, l’altro ha un appuntamento per visionare una casa da affittare con la sua fidanzata e poi arriva lo stronzo che propone la cena in casa con pizza del kebabbaro ed ecco che tutti si liberano. I tuoi amici sono invecchiati prima di te, hanno un fidanzato e tu cominci a capire che morirai sola. Così cerchi qualcuno con cui morire sola in compagnia. Vi sembra questo un ossimoro? No, ragazzi, è uno stile di vita, è il mio: morire da soli, ma con qualcuno solo come te accanto. Non necessariamente 1+1 fa sempre 2, magari fa 1 e 1. A 25 anni tutti intorno a te iniziano a fantasticare sul futuro e a invitarti a cene dove hanno preparato merde poco caloriche fatte in casa, ma tu sei sì vecchio, ma non così tanto e l’hummus non lo mangi nemmeno se te lo cucina Cracco. Tu sull’hummus ci caghi. Per convincerti che sei ancora giovane apri Facebook: non ci sono più foto di cocktail ma mazzi di chiavi dei tuoi compagni delle elementari che sono andati a convivere. Chiudi i social e ti rannicchi ai piedi del letto: sono loro che hanno accelerato i tempi o tu che sei spaventosamente in ritardo? Nel dubbio sei solo, e quella è una certezza, una conferma. Provi a proporre una serata ai tuoi amici per riprenderti ma ti infili nuovamente nel circolo vizioso di cui sopra. Ah, dimenticavo: l’hangover inizia a durare una giornata intera.

Sugli anni a venire, vi saprò dire in futuro. Non ho ancora compiuto 25 anni ma so già come andrà, ho preferito prepararmi psicologicamente.

Io ho scoperto che sui Navigli fanno il drink più buono del mondo: Disaronno e Passito. E confermo la mia età, vicino al pensionamento dai locali. Ma vi prometto una cosa: io non diventerò mai così vecchia da ordinare un analcolico alla frutta “perché stasera ho solo sete”.

B.


PS: Andare a ballare con soli maschi è stato meraviglioso. Mi sono divertita da matti. Soprattutto perché quella sera all’Alcatraz, quella con le tette più grosse del gruppo ero io.

Zarro Night, Alcatraz, 28 gennaio 2017

mercoledì 11 gennaio 2017

CHE FINE HANNO FATTO I COMPAGNI DEL LICEO?

 Mi mancano tre esami per portare a termine i due anni di corso di Laurea Magistrale, e questo non volevo dirvelo solo per tirarmela un po’ (però, per favore, lasciatemi vantare un pochino, visto che in Triennale non sono mai stata in pari manco con gli esami del sangue), ma anche per fare una di quelle scontate quanto odiose considerazioni su quanto passi velocemente il tempo. 




Mio fratello piccolo a breve festeggerà il suo ventesimo compleanno: vent’anni, regaz, venti. E il piccolo della famiglia è lui. 

I tempi del liceo sembrano così lontani, quando ogni pomeriggio avevi dei compiti da fare e c’erano le interrogazioni a sorpresa.

Le interrogazioni a sorpresa.

In Triennale mi è capitato di avere otto libri (con una media di 800 pagine l’uno) più due quaderni di appunti da studiare per un solo esame (sì, anche qui me la sto un po’ menando), ma sapevo quando sarei stata interrogata: sapevo il giorno preciso e avevo prima un mesetto per prepararmi. Io vorrei dire una cosa a tutti noi italiani: siamo degli eroi. Noi a 15 anni mettevamo la testa sul banco in classe col rischio che la prof entrasse e dicesse:

Oggi interrogo.”

Ho i brividi sulla schiena a distanza di dieci anni.

La mia prof di storia e filosofia interrogava facendoci andare alla cattedra – e fin qui è piuttosto normale. Alla cattedra seduti. Dovevamo portarci la sedia dal posto, eravamo in coppia, e ci accomodavamo ai due lati della cattedra. Mi ricordo di una simpatica ragazza con l’avversione per la doccia che posizionava la sedia così vicina alla prof, da riuscire ad appoggiare le mani sulla cattedra. Ma lei era un caso a parte. Noi altri ci sedevamo sotto la finestra e di fronte alla porta – del resto al liceo i prof si sentono dei sovrani, no? Mantenevamo la debita distanza.

“Bellano, vieni?”

Sì, lei ti chiamava alla cattedra facendoti un invito: se ti va, passa di qua. Che gentilissima schifosa. E poi sputava anche il nome del tuo compagno di morte:

“Vieni anche tu?”

Io per tutti i tre anni di liceo sono stata interrogata sempre con la stessa ragazza: eravamo sempre, e dico sempre, le prime due del giro. Per noi era quasi un’interrogazione programmata. Per darvi un’idea di quanto prime fossimo ogni maledetta volta, vi racconto un breve aneddoto. 

venerdì 25 novembre 2016

PERCHÈ GLI STAGE STANNO UCCIDENDO L'ITALIA

Partiamo dal presupposto che quando sono mestruata dovreste chiudermi in una stanza con un televisore sintonizzato su Real Time e lasciarmi morire lì. Perché Real Time, vi state forse chiedendo? La risposta non è – benché non sarebbe comunque completamente sbagliato, che Real Time trasmette programmi osceni. La verità è che, se ci pensate, oltre ad essere osceni, quei programmi seguono perfettamente le fasi del ciclo mestruale: quando hai fame, c’è quell’insulto all’Italia di Buddy, che sforna più figli che torte commestibili; quando sei triste, ci sono i casi umani affetti da malattie imbarazzanti e incurabili; quando, meno di dieci minuti dopo, torni di buon umore, puoi scegliere il tuo abito da sposa anche se sei ancora single; quando pensi che nulla nel mondo possa essere peggio di avere il mestruo, inizia  “Take me out”, e purtroppo per quello la Lines non ha ancora inventato un assorbente che funzioni davvero.

Non sono, come avrete intuito, del migliore degli umori, tant’è che mi sono anche dimenticata di iniziare nel mio modo consueto, cioè dicendo che ultimamente sono stata molto impegnata e non ho avuto tempo di aggiornare il blog. Questa volta la scusa potrebbe essere che sono andata il Bulgaria, ma la verità è che ci sono stata solo quattro giorni e dunque non è una scusa accettabile. Posso dirvi, però, che prima o poi arriverà anche un post sulla mia avventura a Sofia. Oggi sono nervosa e dunque non mi va di rovinare un racconto estremamente ilare e piacevole solo perché sono una donna col ciclo.

Ecco quindi che ho pensato fosse meglio sfogare la mia rabbia pigiando la tastiera con veemenza immane affrontando un tema che da tempo mi ronza in testa e mi fa imbestialire. In realtà volevo metterlo a tacere, ma non ho ancora imparato a stare zitta.

Sono riuscita a trasformare la fine della mia relazione in un post sarcastico, ma nonostante questo blog sia nato per sbeffeggiare tutto e tutti, me in primis, una volta al mese divento il Mangiafuoco del mio Paese dei Balocchi, e quindi vi tocca anche qualche articolo serio. Del resto io sarò anche autoironica, tonta, ciccia, divertente, cattiva, ma sono soprattutto una maledetta polemica.

Io amo l’Italia. O meglio: io amo Milano e penso che in generale tutta l’Italia sia bellissima. Lo dico da persona che ha vissuto in Australia, ha visitato uno Stato africano, uno caraibico, due volte gli USA ed è stata in 14 nazioni europee (e ha visto anche San Marino!): di posti meravigliosi come lo Stivale, nel mondo, ce ne sono davvero pochi. Eppure più persone nuove conosco, più viaggi faccio, più capisco che l’Italia è malata.

martedì 27 settembre 2016

I 5 PASSI PER TRONCARE UNA RELAZIONE

Non pensavo che lo avrei mai detto, ma l’estate è finalmente finita. Ora sono in trepidante attesa che anche settembre si levi ufficialmente dalle palle e poi potrò considerarmi a metà strada del mio processo di recupero mentale.

Non scrivo su questo blog da mesi, troppi mesi, e questo è molto male. Ma – ecco l’elenco delle scuse – sono stata sotto esame (e certo! Perché solo io ho gli esami!). Ho avuto esami parecchio difficili e esami che invece mi sono piaciuti così tanto che ho deciso di farli due volte. La cosa importante, comunque, è che cinque giorni fa questi esami siano finiti. Cioè, finiti fino a gennaio. Ora sono libera: quelle ore in cui non vado a lezione, non vado al lavoro, non vado in palestra… Tendenzialmente dormo o mangio, ma in fondo credo sia proprio questa la libertà. Ah, forse dovrei fare finta di avere una vita sociale, ma ho smesso di dire le bugie tanti anni fa.

Il mio grande (e attesissimo, giusto?) ritorno alla scrittura su Red Goon voglio dedicarlo a un argomento serio: niente battute né sarcasmo questa volta. Voglio parlarvi di quando finisce un amore, un amore di quelli grossi, profondi. Quelle boiate da amore grande – grande amore come canta quel fricchettone di Jovanotti. Un amore di quelli in cui hai messo l’anima, un amore di quelli che quando giunge al termine, l’anima indietro non te la ridà.

Ecco, insomma, vorrei stilare insieme a voi cinque passi per lasciarsi nel modo giusto.

sabato 23 luglio 2016

IL MIO PRANZO STELLATO DA LUME. Buono eh, ma...

Vorrei far finta che non sia passato un mese dall’ultimo post quindi inizierò così:

Qualche settimana fa vi avevo promesso che avrei aperto una nuova sezione del blog – cosa che in effetti ho fatto e sezione a cui ho dato un nome oggettivamente bellissimo. Insomma, l’ho inaugurata con un articolo di presentazione e poi l’ho lasciata lì a far la polvere, ma non me ne sono mai scordata. È che è difficile recensire posti quando per un periodo di approssimativamente due mesi e mezzo non metti piede fuori dalla tua stanza se non per andare al lavoro e a sostenere esami. Beh, a dirla tutta avrei potuto dare il via alla mia attività di food blogger con un post sulla cucina di casa mia e un’intervista alla chef Ross ma il mondo non è ancora pronto a conoscere la ricetta segreta dei suoi crostini al gorgonzola.

Ho deciso comunque di iniziare in grande stile, ho puntato in alto e la mia prima recensione del tutto onesta e senza peli sulla lingua sarà stellata. Sì, avete letto bene: c’è di mezzo uno chef che vanta stelle Michelin. Fino a un anno fa pensavo che le uniche stelle di cui si potesse parlare fossero quelle che la Juve tentava di rubare e cucirsi sul petto, ma poi con lo stage e il lavoro ho scoperto che esistono ristoranti potenzialmente più buoni del Mc Donald’s. Dico potenzialmente perché io un posto che faccia le patatine più buone di quelle del Mc non l’ho ancora trovato, ma di sicuro ne ho trovati tanti che ti servono la branchia di un pesce e te la fanno pagare 50 sacchi. Ma fra l’altro lo sapete che gli australiani chiamano il Mc Maccas? Scusate, questo non c’entra, è solo che aspettavo il momento giusto per dire qualcosa sull’Australia.

LUME. Oggi voglio parlarvi del ristorante LUME e di quella volta in cui ci andai a pranzo.

Andiamo in ordine, altrimenti potrei essere giudicata scorrettamente.

Innanzitutto in quel periodo stavo preparando un esame atroce. Se non fosse stato per la mole di libri da studiare, devo anche ammettere che quel corso mi piaceva. Lo trovavo così bello e interessante che ho deciso di fare l’esame due volte, per approfondire. Quegli esami così speciali che farli una volta, non ti basta, vuoi strafare e torni anche all’appello dopo. Vi è mai capitato? Non so se ve lo consiglio, bisogna proprio avere la passione. Comunque, ero sotto esame e in quei giorni c’era anche un mio amico australiano a Milano. A proposito: vi ho mai parlato dell’Australia?

Sono stata invitata a questo pranzo da LUME, inculato nella peggior zona industriale di Milano che, attenzione, è lontana da Baggio, perché Baggio è un quartiere bellissimo. I proprietari hanno motivato la scelta della location dicendo che volevano differenziarsi dagli altri ristoranti stellati che popolano il centro della città. Ma io che faccio gli esami due volte ho subito capito che Carlo Cracco mangiando le patatine San Carlo aveva fatto capire a quei quattro baluba di Miami che chi tardi arriva male alloggia.

Sono arrivata all’ingresso con due collane al collo: una di Tiffany e una Swarovski. All’anulare sinistro avevo tre anelli: di oro bianco, giallo e l’altro non so come si chiama, oro normale? Con tanto di cristallo. Borsa CK e iPad da vera donna in carriera. Indossavo una maglia con pizzo su tutta la schiena. Poi credo siano dettagli irrilevanti che in mano avessi dei riassunti dei libri per l’esame, che ai piedi avessi delle Superga tarocche e che ovviamente non avessi manco un filo di trucco. Raga, al Mc non mi hanno mai fatto storie per entrare.

Mi accolgono due hostess su tacco 15.

“Ciao! E tu dove vuoi andare?”

Mah, guardate, in effetti vorrei andare a casa a studiare per l’esame a cui poi verrò bocciata, e invece, pensate voi, sono qui per mangiare quei quattro piattini stellati.

È vero, il mio abbigliamento non aiutava, ma l’abito non fa il monaco, giusto? Non si diceva così? Forse, però, le Superga fanno la ritardata.

Ho detto il mio nome e mi hanno fatto entrare, iniziando anche a trattarmi come una celebrità. Cosa vuoi da bere e guarda qui e guarda lì e ti accompagniamo là e insomma mi hanno dato le mie bollicine ed ero felice. Perché lo champagne a stomaco vuoto farebbe apprezzare la vita anche a un prete.







Il posto era, ed è, oggettivamente bellissimo. Uno dei più bei ristoranti in cui sia mai stata. Tutto bianco, open space, minimal, cucina a vista protetta da una parete che ricreava la trama del pizzo, giardino interno. Semplicemente chic. Chic come tutti gli altri invitati, in completo gli uomini e taccate le donne. A salvarmi è arrivato lui, un altro giornalista con delle scarpe da tennis bucate. E ci terrei a precisare che le mie erano tarocche ma perlomeno intere.
Lo avevo già incontrato ad altri eventi, e la nostra avversione per la moda deve averci uniti. Dio li veste di merda e poi li accoppia. Ho passato tutto il tempo con lui a mangiare e prendere in giro gli altri presenti. Se posso dirvelo, nelle mie parole c’era tanta, tantissima invidia. Perché con quelle cazzo di Superga tarocche mi sentivo davvero una deficiente e perché dentro di me sapevo che, quando voglio, anche io so mettermi giù da battaglia. È che quel giorno poi dovevo andare a incontrare i miei amici dell’Australia Marzia e Chris che erano abituati a vedermi andare a fare la spesa in pigiama rosa o comparire nel loro appartamento con il mio pigiamone onesie o solo con una maglietta senza pantaloni, credo li avrebbe destabilizzati vedermi con ecco, come si chiamano quelle cose che dovrebbero mettersi le ragazze come me… I cosi, i… Vestitini.

Ma parliamo del cibo. Buono eh, non c’è che dire. Di crocchette allo champagne ne avrò mangiati dodici vassoi raggiungendo così le dimensioni di una vera crocchetta. Il piatto forte dello chef, il “Bianco e nero di seppia”, buono anche quello, ma io preferisco le mega teglie di seppie coi piselli che poi vado di scarpetta arrogante. Il frullato di risotto allo zafferano con midollo e sa il cazzo cosa, poi, era divino e incredibilmente scenografico, se non fosse che l’idea di un risotto frullato mi causava conati di vomito che manco dopo il liquore al ginseng la sera della mia laurea. Però raga, ve lo giuro, era buonissimo. Il problema è gli chef stellati esagerano sempre. Abbinano tutto pensando che siccome hanno la stella, il risultato sia necessariamente eccellente. Le cose stanno così: il fatto che i giornalisti, miei cari chef, scrivano articoli elogiando ogni merda che impiattate, non vuol dire che non preferiscano di gran lunga un panino alla mortazza. Vuole solo dire che vogliono essere invitati di nuovo nel vostro ristorante e quindi leccano il culo come gli studenti in prima fila. Per esempio, chef Luigi, una stella Michelin: quegli gnocchetti che mi hai servito con frutti di mare e fottutissimo succo ACE, facevano davvero schifo. E adesso dimmi: come ti è venuto in mente di annegare delle gustosissime cozze in del succo arancione? Era almeno marca Bravo o un’offerta del discount? Io sono una che ha mangiato purè di patate e Nutella quindi fidati, di accostamenti insoliti me ne intendo, ma tu hai esagerato.

Molti piatti che ho assaggiato non me li ricordo, purtroppo, ma vi allego qualche foto. Soprattutto qualche scatto che ho fatto in bagno perché i cessi i sono molto piaciuti.











Questi non erano i primi (minuscoli) piatti stellati che mangiavo. Nei prossimi post della sezione vi racconterò di altre avventure culinarie, ma sempre con una sola idea di pranzo gourmet in testa: kebab completo, coca ghiacciata, nessuna recensione, ma gara di rutti e fiatella. Con le Superga tarocche.


B.

PS: Avete notato la mia nuova, bellissima intestazione? Si ringraziano GONZO (cit.) e Simo.