venerdì 25 novembre 2016

PERCHÈ GLI STAGE STANNO UCCIDENDO L'ITALIA

Partiamo dal presupposto che quando sono mestruata dovreste chiudermi in una stanza con un televisore sintonizzato su Real Time e lasciarmi morire lì. Perché Real Time, vi state forse chiedendo? La risposta non è – benché non sarebbe comunque completamente sbagliato, che Real Time trasmette programmi osceni. La verità è che, se ci pensate, oltre ad essere osceni, quei programmi seguono perfettamente le fasi del ciclo mestruale: quando hai fame, c’è quell’insulto all’Italia di Buddy, che sforna più figli che torte commestibili; quando sei triste, ci sono i casi umani affetti da malattie imbarazzanti e incurabili; quando, meno di dieci minuti dopo, torni di buon umore, puoi scegliere il tuo abito da sposa anche se sei ancora single; quando pensi che nulla nel mondo possa essere peggio di avere il mestruo, inizia  “Take me out”, e purtroppo per quello la Lines non ha ancora inventato un assorbente che funzioni davvero.

Non sono, come avrete intuito, del migliore degli umori, tant’è che mi sono anche dimenticata di iniziare nel mio modo consueto, cioè dicendo che ultimamente sono stata molto impegnata e non ho avuto tempo di aggiornare il blog. Questa volta la scusa potrebbe essere che sono andata il Bulgaria, ma la verità è che ci sono stata solo quattro giorni e dunque non è una scusa accettabile. Posso dirvi, però, che prima o poi arriverà anche un post sulla mia avventura a Sofia. Oggi sono nervosa e dunque non mi va di rovinare un racconto estremamente ilare e piacevole solo perché sono una donna col ciclo.

Ecco quindi che ho pensato fosse meglio sfogare la mia rabbia pigiando la tastiera con veemenza immane affrontando un tema che da tempo mi ronza in testa e mi fa imbestialire. In realtà volevo metterlo a tacere, ma non ho ancora imparato a stare zitta.

Sono riuscita a trasformare la fine della mia relazione in un post sarcastico, ma nonostante questo blog sia nato per sbeffeggiare tutto e tutti, me in primis, una volta al mese divento il Mangiafuoco del mio Paese dei Balocchi, e quindi vi tocca anche qualche articolo serio. Del resto io sarò anche autoironica, tonta, ciccia, divertente, cattiva, ma sono soprattutto una maledetta polemica.

Io amo l’Italia. O meglio: io amo Milano e penso che in generale tutta l’Italia sia bellissima. Lo dico da persona che ha vissuto in Australia, ha visitato uno Stato africano, uno caraibico, due volte gli USA ed è stata in 14 nazioni europee (e ha visto anche San Marino!): di posti meravigliosi come lo Stivale, nel mondo, ce ne sono davvero pochi. Eppure più persone nuove conosco, più viaggi faccio, più capisco che l’Italia è malata.

E io, in un Paese malato, non riesco a vedere il mio futuro.

Della questione scolastica e universitaria ho già parlato, quindi passiamo oltre. Non ci voglio girare troppo intorno, ma gli stage non retribuiti sono la rovina dell’Italia.

Negli ultimi dieci anni i flussi dall’Italia sono aumentati del 50%, solo l’anno scorso più di centomila italiani sono emigrati all’estero e la percentuale di giovani è in continuo aumento. I giornali e i telegiornali parlano di cervelli in fuga, di laureati che in Italia non trovano uno straccio di posto di lavoro e decidono di scappare altrove. Lo conoscete il caso dell’ingegnere aerospaziale mai assunto in Italia, attualmente sotto contratto alla NASA, vero? Ovviamente questo è un caso limite e ovviamente tante sono anche le teste di cazzo che finiscono a fare i camerieri a Londra ma oh, loro vivono a London.

A me, personalmente, non va di parlare né di esempi di geni, né di esempi di cani, perché credo sia giusto guardare nel mezzo – perché purtroppo o per fortuna la maggior parte di noi è un individuo normodotato. Io, a dire il vero, mi accontento anche di essere una subnormale consapevole.

Sempre più facoltà stanno inserendo l’esperienza di tirocinio obbligatorio nei propri piani di studio: nulla di più, finalmente, utile. Lo stage è fondamentale per uno studente che si avvia al conseguimento di un diploma di laurea: mi piace questo settore? Ho fatto lo stage, mi sono trovato bene, ma forse in un’azienda con uno stampo diverso mi troverei meglio? Ho sbagliato tutto, che merda, questa roba mi fa schifo? Bisogna davvero aspettare di finire gli studi per scoprire le risposte a queste domande, o è forse meglio provare a schiarirsi le idee strada facendo? La mia idea l’avrete più o meno capita a questo punto.

Io ho avuto la fortuna di fare uno stage durante il quale ho imparato molto, ma esistono anche coetanei che pregano in turco in passare colloqui per trovarsi chiusi in degli uffici a fare fotocopie dalle 8 alle 18.

A me non importa cosa voi abbiate fatto nel corso dei vostri primi tirocini, io voglio dire che bisogna essere pagati. Potrei motivarvi questa convinzione con il ragionamento secondo il quale nel momento in cui un’azienda mi assume, ha bisogno di me, e se ha bisogno del mio lavoro, quel cazzo di lavoro me lo deve pagare. Ma la verità è che di giovani siamo tantissimi, quindi è anche comprensibile che se io rifiuto perché voglio soldi, l’azienda in meno di un’ora trova qualcuno più disperato di me che abbassa la testa. E invece la testa l’abbassiamo tutti e accettiamo di lavorare gratis. Quindi io reputo che il problema sia un altro.

Siamo giovani, ma siamo laureati, quindi non siamo (tutti) degli scarti della natura: e allora perché dobbiamo lavorare gratis?

Non possiamo adeguarci all’andazzo italiano, perché non è l’andazzo giusto. Io non sto parlando a vanvera, ve lo giuro. E, proprio come nel caso della scuola, anche qui posso farvi un esempio, e il Paese di confronto è sempre lo stesso – quello dove, fra l’altro, la maggior parte degli italiani cerca rifugio.

In Inghilterra un tirocinio presso William Hill nel lontano 2012 era pagato 375 sterline a settimana, a settimana. 375 sterline corrispondono a 440 euro. 440 euro ogni fottuta settimana. La persona in questione al tempo aveva 19 anni e come esperienza estiva aveva deciso di cercare uno stage di tre mesi. I calcoli fateveli voi, perché il matematico era lui e io non sono capace.

Gli italiani all’estero sono visti come i mammoni che non lasciano la casa dei genitori fino ai 35 anni, ma mi dite come potremmo farlo prima se come minimo le nostre prime due esperienze lavorative non sono retribuite o sono sottopagate? Mi dite dove troviamo l’ambizione? Dove possiamo andare a cercare la voglia di migliorare se, una volta raggiunta la soglia dei 1000 euro mensili, ci sentiamo baciati dalla fortuna? Quella non si chiama fortuna, cazzo, si chiama giustizia. Il lavoro, qualsiasi esso sia, va pagato.

In Italia questo non succede e io vi dico la verità: io capisco l’italiano che dopo una serie di stage dove forse, se è fortunato, ha un rimborso spese, decide di andare all’estero dove perlomeno si sente apprezzato. Forse pecca di superbia, magari un po’ sì, pensando di valere molto di più di quello che gli è riconosciuto qui, ma chi gli darebbe torto? Chi vale 0 euro? Chi?

La tendenza che vedo io, purtroppo, è questa: noi giovani abbassiamo la testa e non vediamo l’ora di raccontare agli amici che abbiamo trovato un nuovo posto di lavoro (poco importa che sia l’ennesimo stage gratuito), quando poi l’alziamo, la testa, guardiamo lontano, molto lontano. Lontano dall’Italia. E sì, in Italia ci torneremo sempre per fare le vacanze, perché il mare della Sardegna è il mare della Sardegna: ma ci andremo con i soldi che avremo guadagnato altrove e che non ci pentiremo di guadagnare altrove, perché se fossimo rimasti in Italia forse ci saremmo fatti un pomeriggio all’Idroscalo con pranzo al sacco. E quando hai vent’anni, almeno quando hai vent’anni, ti piace pensare che nel tuo futuro non ci sia un panino nella carta stagnola mangiato seduto su un prato in un caldo agosto in città.

Il meccanismo degli stage non retribuiti porta il giovane italiano ad odiare il lavoro, perché quello che fa non gli è riconosciuto. Cresce un uomo, cresce una donna che hanno fatto dell’accontentarsi il loro stile di vita, che non sanno quanto sia importante il loro supporto (o meglio, lo sanno, dentro di loro, ma nessuno lo dice loro), che non amano quello che fanno, che non sono felici. Oppure cresce un uomo, cresce una donna che chiudono gli occhi, puntano il dito su una cartina e partono.

Io gli occhi lo ho già socchiusi.

PS: Giuro che il ciclo, prima o poi, mi finisce.


B.

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