sabato 23 luglio 2016

IL MIO PRANZO STELLATO DA LUME. Buono eh, ma...

Vorrei far finta che non sia passato un mese dall’ultimo post quindi inizierò così:

Qualche settimana fa vi avevo promesso che avrei aperto una nuova sezione del blog – cosa che in effetti ho fatto e sezione a cui ho dato un nome oggettivamente bellissimo. Insomma, l’ho inaugurata con un articolo di presentazione e poi l’ho lasciata lì a far la polvere, ma non me ne sono mai scordata. È che è difficile recensire posti quando per un periodo di approssimativamente due mesi e mezzo non metti piede fuori dalla tua stanza se non per andare al lavoro e a sostenere esami. Beh, a dirla tutta avrei potuto dare il via alla mia attività di food blogger con un post sulla cucina di casa mia e un’intervista alla chef Ross ma il mondo non è ancora pronto a conoscere la ricetta segreta dei suoi crostini al gorgonzola.

Ho deciso comunque di iniziare in grande stile, ho puntato in alto e la mia prima recensione del tutto onesta e senza peli sulla lingua sarà stellata. Sì, avete letto bene: c’è di mezzo uno chef che vanta stelle Michelin. Fino a un anno fa pensavo che le uniche stelle di cui si potesse parlare fossero quelle che la Juve tentava di rubare e cucirsi sul petto, ma poi con lo stage e il lavoro ho scoperto che esistono ristoranti potenzialmente più buoni del Mc Donald’s. Dico potenzialmente perché io un posto che faccia le patatine più buone di quelle del Mc non l’ho ancora trovato, ma di sicuro ne ho trovati tanti che ti servono la branchia di un pesce e te la fanno pagare 50 sacchi. Ma fra l’altro lo sapete che gli australiani chiamano il Mc Maccas? Scusate, questo non c’entra, è solo che aspettavo il momento giusto per dire qualcosa sull’Australia.

LUME. Oggi voglio parlarvi del ristorante LUME e di quella volta in cui ci andai a pranzo.

Andiamo in ordine, altrimenti potrei essere giudicata scorrettamente.

Innanzitutto in quel periodo stavo preparando un esame atroce. Se non fosse stato per la mole di libri da studiare, devo anche ammettere che quel corso mi piaceva. Lo trovavo così bello e interessante che ho deciso di fare l’esame due volte, per approfondire. Quegli esami così speciali che farli una volta, non ti basta, vuoi strafare e torni anche all’appello dopo. Vi è mai capitato? Non so se ve lo consiglio, bisogna proprio avere la passione. Comunque, ero sotto esame e in quei giorni c’era anche un mio amico australiano a Milano. A proposito: vi ho mai parlato dell’Australia?

Sono stata invitata a questo pranzo da LUME, inculato nella peggior zona industriale di Milano che, attenzione, è lontana da Baggio, perché Baggio è un quartiere bellissimo. I proprietari hanno motivato la scelta della location dicendo che volevano differenziarsi dagli altri ristoranti stellati che popolano il centro della città. Ma io che faccio gli esami due volte ho subito capito che Carlo Cracco mangiando le patatine San Carlo aveva fatto capire a quei quattro baluba di Miami che chi tardi arriva male alloggia.

Sono arrivata all’ingresso con due collane al collo: una di Tiffany e una Swarovski. All’anulare sinistro avevo tre anelli: di oro bianco, giallo e l’altro non so come si chiama, oro normale? Con tanto di cristallo. Borsa CK e iPad da vera donna in carriera. Indossavo una maglia con pizzo su tutta la schiena. Poi credo siano dettagli irrilevanti che in mano avessi dei riassunti dei libri per l’esame, che ai piedi avessi delle Superga tarocche e che ovviamente non avessi manco un filo di trucco. Raga, al Mc non mi hanno mai fatto storie per entrare.

Mi accolgono due hostess su tacco 15.

“Ciao! E tu dove vuoi andare?”

Mah, guardate, in effetti vorrei andare a casa a studiare per l’esame a cui poi verrò bocciata, e invece, pensate voi, sono qui per mangiare quei quattro piattini stellati.

È vero, il mio abbigliamento non aiutava, ma l’abito non fa il monaco, giusto? Non si diceva così? Forse, però, le Superga fanno la ritardata.

Ho detto il mio nome e mi hanno fatto entrare, iniziando anche a trattarmi come una celebrità. Cosa vuoi da bere e guarda qui e guarda lì e ti accompagniamo là e insomma mi hanno dato le mie bollicine ed ero felice. Perché lo champagne a stomaco vuoto farebbe apprezzare la vita anche a un prete.







Il posto era, ed è, oggettivamente bellissimo. Uno dei più bei ristoranti in cui sia mai stata. Tutto bianco, open space, minimal, cucina a vista protetta da una parete che ricreava la trama del pizzo, giardino interno. Semplicemente chic. Chic come tutti gli altri invitati, in completo gli uomini e taccate le donne. A salvarmi è arrivato lui, un altro giornalista con delle scarpe da tennis bucate. E ci terrei a precisare che le mie erano tarocche ma perlomeno intere.
Lo avevo già incontrato ad altri eventi, e la nostra avversione per la moda deve averci uniti. Dio li veste di merda e poi li accoppia. Ho passato tutto il tempo con lui a mangiare e prendere in giro gli altri presenti. Se posso dirvelo, nelle mie parole c’era tanta, tantissima invidia. Perché con quelle cazzo di Superga tarocche mi sentivo davvero una deficiente e perché dentro di me sapevo che, quando voglio, anche io so mettermi giù da battaglia. È che quel giorno poi dovevo andare a incontrare i miei amici dell’Australia Marzia e Chris che erano abituati a vedermi andare a fare la spesa in pigiama rosa o comparire nel loro appartamento con il mio pigiamone onesie o solo con una maglietta senza pantaloni, credo li avrebbe destabilizzati vedermi con ecco, come si chiamano quelle cose che dovrebbero mettersi le ragazze come me… I cosi, i… Vestitini.

Ma parliamo del cibo. Buono eh, non c’è che dire. Di crocchette allo champagne ne avrò mangiati dodici vassoi raggiungendo così le dimensioni di una vera crocchetta. Il piatto forte dello chef, il “Bianco e nero di seppia”, buono anche quello, ma io preferisco le mega teglie di seppie coi piselli che poi vado di scarpetta arrogante. Il frullato di risotto allo zafferano con midollo e sa il cazzo cosa, poi, era divino e incredibilmente scenografico, se non fosse che l’idea di un risotto frullato mi causava conati di vomito che manco dopo il liquore al ginseng la sera della mia laurea. Però raga, ve lo giuro, era buonissimo. Il problema è gli chef stellati esagerano sempre. Abbinano tutto pensando che siccome hanno la stella, il risultato sia necessariamente eccellente. Le cose stanno così: il fatto che i giornalisti, miei cari chef, scrivano articoli elogiando ogni merda che impiattate, non vuol dire che non preferiscano di gran lunga un panino alla mortazza. Vuole solo dire che vogliono essere invitati di nuovo nel vostro ristorante e quindi leccano il culo come gli studenti in prima fila. Per esempio, chef Luigi, una stella Michelin: quegli gnocchetti che mi hai servito con frutti di mare e fottutissimo succo ACE, facevano davvero schifo. E adesso dimmi: come ti è venuto in mente di annegare delle gustosissime cozze in del succo arancione? Era almeno marca Bravo o un’offerta del discount? Io sono una che ha mangiato purè di patate e Nutella quindi fidati, di accostamenti insoliti me ne intendo, ma tu hai esagerato.

Molti piatti che ho assaggiato non me li ricordo, purtroppo, ma vi allego qualche foto. Soprattutto qualche scatto che ho fatto in bagno perché i cessi i sono molto piaciuti.











Questi non erano i primi (minuscoli) piatti stellati che mangiavo. Nei prossimi post della sezione vi racconterò di altre avventure culinarie, ma sempre con una sola idea di pranzo gourmet in testa: kebab completo, coca ghiacciata, nessuna recensione, ma gara di rutti e fiatella. Con le Superga tarocche.


B.

PS: Avete notato la mia nuova, bellissima intestazione? Si ringraziano GONZO (cit.) e Simo.