domenica 23 luglio 2017

CIAO, CHESTER.




Giovedì 20 luglio era il ventinovesimo compleanno del mio migliore amico. Avevo appuntamento alle 20:30 con lui e un’altra decina di persone in un locale in Corso Sempione, per un aperitivo. Mi sono preparata, mi sono vestita, mi sono truccata, e come al solito mi sono resa conto di essere fuori luogo: mi ero agghindata come se stessi partecipando a un episodio della serie TV “Il mio grosso matrimonio Gipsy”. Dovevo correggere il tiro: per un banalissimo aperitivo un body svolazzante verde brillantinato era forse un tantino eccessivo. Ho pensato allora di non mettermi le lenti a contatto ma uscire con i miei fondi di bottiglia con la montatura tonda e di smorzare l’audacia dell’outfit con un berretto: un berretto rosso mattone, un berretto dei Linkin Park, con la visiera rigida portata rigorosamente dietro. Da “Il mio grosso matrimonio Gipsy” ero pronta per sbarcare su “Ma come ti vesti?”. Ma io mi sentivo estremamente figa: avevo su un’accozzaglia di accessori a caso che mi rendevano unica – ecco la verità. Così alle 20:12 sono uscita di casa, pronta a raggiungere l’Arco della Pace sfrecciando sul mio motorino.

Credo fossero le 21 quando un “Nooo!” è esploso al mio tavolo. Alzo gli occhi per guardare l’amico che fissava con gli occhi sgranati l’iPhone che stringeva fra le mani.

Mi guarda.

“Bea, mi sa che abbiamo visto l’ultimo concerto dei Linkin Park. Chester Bennington si è suicidato.”


Un mese e tre giorni prima io e lui eravamo andati insieme a Monza, all’ultimo concerto in Italia dei Linkin Park, eravamo fra gli ottantamila che, completamente disidratati, urlavano che in the end, it doesn’t even matter. Non sapevamo che quella end era più vicina del previsto e che un po’, in fondo, it does matter.

“Si è impiccato. Aveva sei figli.” Aggiunge.

Mi faccio passare la mia borsa che avevo stipato in un angolo: ne parlavano tutti, il Corriere, la BBC, avevano già aggiornato pure Wikipedia. Mi scrive un altro mio amico, io ne contatto altri tre. Mio fratello piccolo, il fan numero uno dei Linkin Park, è incredulo:

“Chiunque può modificare le voci su Wikipedia”, abbozza. “Io piango”.

Poco dopo, però, è arrivata la conferma di Mike Shinoda: “Shocked and heartbroken, but it's true.  An official statement will come out as soon as we have one.”

It’s true – è vero.

Ci sono rimasta male.

Il 17 giugno sono partita alle 12:45 da casa: alle 21 all’Autodromo di Monza i Linkin Park sarebbero saliti sul palco. Eravamo in quattro in una Panda color cappuccino: io, mio fratello piccolo e due dei miei più cari amici. Eravamo carichi, non vedevamo l’ora di assistere ai live dei Sum 41 e dei Blink-182 e sì, poi ci saremmo goduti anche i Linkin Park. Ma l’eccitazione, forse, era più per le prime due band – lo ammetto.

“Quanto sarà fatto Deryck Whibley?” Provavamo a scommettere mentre cuocevamo sotto il sole bollente di metà giugno.

“Ma All The Small Things sarà la stessa cosa senza Tom DeLonge?” Ci chiedevamo nemmeno troppo ironicamente.

“Tu quante canzoni dei Sum conosci? Secondo me suonano la loro famosissima hit We Will Rock You!” Scherzavamo quando ormai gli oltre 35 gradi di quel giorno ci avevamo bruciato anche gli ultimi neuroni.

Volete sapere una cosa? Innanzitutto, i Sum We Will Rock You l’hanno fatta davvero e noi quattro l’abbiamo intonata con la stessa dedizione con cui le vecchiette in chiesa la domenica cantano l’Osanna. Ma, soprattutto, sì: i Sum 41 hanno spaccato, il cantante non era fatto come una scimmia come ci aspettavamo (o forse speravamo), era dimagrito, era fighissimo e continuava a gridarci che eravamo dei motherfuckers – figli di puttana; i Blink-182 invece non hanno entusiasmato nessuno, non ci hanno fatto pensare che volessimo che quelle due ore durassero forever, forever and ever; i Linkin Park hanno lasciato tutti muti.

Non avevamo parole. Non sapevamo ancora che avevamo appena assistito al loro ultimo concerto in Italia, quello che sapevamo, però, era che eravamo stati gli spettatori estasiati di un live strepitoso. Io per prima, lo ammetto, non me lo aspettavo. Non so perché: forse pensavo che dal vivo la voce di Chester non reggesse come quando l’ascolto su YouTube (e invece era semplicemente incredibile, forse ancora meglio live), forse pensavo che si sarebbero concentrati soprattutto sull’ultimo album “One More Light” e avrebbero lasciato noi amanti dei Linkin Park di ormai quindici anni fa a bocca asciutta.

Mi sbagliavo. E devo imparare a smetterla di pensare.

Potrei trascrivervi la scaletta del concerto, potrei dirvi che tutta Monza saltava impazzita, che le mani di ottantamila persone sono state per due ore e mezza alzate in aria: quando Mike gridava di tirare su un pugno, non c’era una singola persona che non stesse prendendo a cazzotti il cielo. Perché l’urlo “I’ve become so numb” è stato il motto, quasi la preghiera di un’intera generazione. Quella è stata la canzone preferita di chiunque a un certo punto nella vita – e non osate dire il contrario.

Quello che vorrei descrivervi (ma è impossibile), invece, è lo sguardo che ci siamo scambiati io, mio fratello piccolo e il mio amico Bob quando le luci si sono spente e sull’Autodromo è calato il silenzio. Di voce non ne avevamo più, ce n’era rimasta solo una punta, con cui ci siamo sussurrati: “Wow”, con gli occhi che brillavano, con gli occhi felici.

Leggendo le mie righe potrebbe sembrare che io sia da vent’anni una fan sfegatata dei Linkin Park. No. Il mio gruppo preferito è un altro, ma i Linkin Park li ho sempre ascoltati, non ho mai mandato avanti una loro canzone nella riproduzione casuale dell’iPod, ma non avrei mai fatto come mio fratello piccolo che due anni fa è andato fino a Roma per sentirli dal vivo. Ho sempre pensato che i Linkin Park spaccassero di brutto, ecco, ma non erano nella mia Top 3 musicale. Nella Top 5 sì, probabilmente. Scoprire che Chester Bennington s’era impiccato, però, m’ha lasciato di stucco, lo ammetto: perché, tutto sommato, come ho appena detto, spaccava di brutto e non posso negare che In The End sia una delle mie canzoni preferite di tutti i tempi (scontata? Che ci volete fare).

Ascoltavo i Linkin Park quando ero alle medie e studiavo francese, quando, insomma, l’inglese manco lo capivo. Ma quel mix di rock, hip-hop, elettronica e pop che si trovava solo in “Hybrid Theory” aveva qualcosa di magnetico anche per una ignorante di musica come me, che nemmeno poteva capire i testi. Ed erano tantissimi quelli come me che, pur senza chissà che orecchio, amavano i Linkin Park: a scuola, siamo onesti, piacevano a tutti. Poi, nel 2004, è arrivata la collaborazione con Jay-Z – e non poteva che funzionare. I Linkin Park sono diventati un gruppo per cui i giovani non avrebbero pensato due volte a spendere centinaia di euro e mettersi in viaggio verso altre città: l’energia di Chester sul palco, l’empatia del pubblico in piedi sono cose che io avrei scoperto solo tanti anni dopo, ma in fondo mi basta poter dire che, almeno una volta, io c’ero.

Nelle canzoni dei Linkin Park c’è tormento: sono la colonna sonora della frustrazione, dell’incazzatura e, inevitabilmente, della depressione. Quella depressione che ha portato il caro Chester a sedersi, guardare una corda e pensare di farne un cappio. Qual era la differenza fra il grido di rabbia dei Linkin Park con quello di altre band che ascolto? In realtà, ve l’ho già detto: quello dei Linkin Park è un grido, non un pianto. Chester Bennington non si lamentava, Chester Bennington ruggiva. Sul palco non era aggressivo né minaccioso, era semplicemente (e quindi più fantasticamente) incazzato nero. Era piccolo, magrolino, fragile, non aveva i capelli lunghi come la maggior parte dei colleghi e si mostrava spesso con gli occhiali: Chester Bennington non era la classica figura del frontman rock che odiava il mondo, era angosciato, deluso e solo in modo (purtroppo) sincero e genuino – e ne ha sempre parlato apertamente. E i suoi testi, quindi, erano perfetti per noi adolescenti musoni.

Io avevo solo dieci anni quando Chester Bennington dichiarò ai giornalisti del Rolling Stone che lui per primo non si sopporta quando si piange addosso e scrive canzoni come Crawling: è una trappola, è la trappola del povero me. Ma c’è qualcosa che Crawling ci ha insegnato: spesso la colpa è nostra. Ci avete mai fatto caso? Non dice mai you – tu, in quella canzone. E' tutto un I – io. 

E poi Chester platino era Chester platino (con tanto di piercing al labbro inferiore).

Ciao Chester, noi continueremo a essere incazzati, e non dimenticheremo mai che “sometimes goodbye’s the only way”.

PS: Grazie Chester per avermi fatto capire che si può essere fighi anche con gli occhiali da vista.


B.

Nessun commento:

Posta un commento